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Archivi Mensili: settembre 2010

Arte Contemporanea: roba da mercanti?


L’appello dei musei pubblici di arte contemporanea: senza fondi si chiude. L’arte contemporanea va gestita solo da privati?

È di questi giorni, l’appello del MADRE di Napoli, a cui ha fatto seguito, a ruota, quello del MAMbo di Bologna: la progressiva riduzione dei finanziamenti statali e comunali che le istituzioni pubbliche stanno subendo da qualche anno sta mettendo a rischio l’attività e la qualità dell’attività di un patrimonio museale italiano.

Vittorio Sgarbi, incaricato di curare l’esposizione del Padiglione Italia alla prossima edizione della Biennale di Venezia, massima e più prestigiosa celebrazione dell’arte contemporanea internazionale,  mandato “in soccorso” al direttore del MADRE, dichiara che il problema di budget è causato dalla produzione mostre di arte contemporanea che costano troppo e vengono visitate da pochissimi. La sua proposta risolutiva, nemmeno dell’ultima ora, è che le mostre di artisti contemporanei siano finanziate esclusivamente dai mercanti alle strutture pubbliche il solo compito di conservazione e promozione dell’arte antica.

E’ questa la degna fine dell’arte del nostro tempo?  Da diversi anni si sprecano i corsi di economia della cultura, di gestione imprenditoriale dei musei, di promozione e marketing culturale e il motivo dominante di ognuno di questo è la ricerca di finanziamenti e la gestione di un budget per le istituzioni museali in Italia che sono, nella maggior parte dei casi, strutture pubbliche.

E’ normale, e non solo in Italia, che artisti viventi chiedano, in occasione di mostre ospitate in prestigiose istituzioni, di poter produrre opere inedite. I costi di produzione delle opere, che siano sculture, fotografie, installazioni o film si chiede vengano coperti. E’ altrettanto normale che si instauri una collaborazione tra pubblico e privato per coprire questi costi, per raggiungere un obiettivo che è comune per tutti i soggetti coinvolti.

Così come è normale e già accade in alcune istituzioni pubbliche o private, che si mettano a disposizione la struttura e il suo apparato gestionale ad un artista, a patto che la mostra risulti a costo zero per la struttura stessa che riceverà anche una sorta di canone di affitto.

Prima di lanciare sentenze lapidarie è bene interrogarsi su come funzioni in Italia il collezionismo di arte contemporanea e quali ne siano gli esiti godibili dal pubblico.  Le collezioni pubbliche si incrementano solo grazie a donazioni o depositi, i fondi acquisizioni  dei musei si sono ridotti sempre di più a favore del capitolo di spesa delle “esposizioni temporanee”.  Resta il terreno delle collezioni private, in Italia ci sono alcuni esempi illuminati, nate a volte da collezioni d’azienda, basti pensare alla collezione Maramotti, o che hanno dato vita a Fondazioni come la Fondazione Sandretto Re Rabudengo a Torino.

Resta però che ogni qualvolta una pubblica amministrazione promuove un progetto, che sia di committenza o no, ad un artista contemporaneo il coro di protesta indignato si leva, su soldi pubblici spesi male, su costi eccessivi della produzione di eventi espositivi.

L’arte contemporanea è espressione del nostro tempo, la sua produzione e fruizione è il nostro lascito. Una collettività che non comprende e non sostiene questo valore e questa ricchezza è una collettività più povera intellettualmente, socialmente e culturalmente.

Ben venga la collaborazione pubblico privato ma che questa apertura al privato non rappresenti uno svilimento e un ripiego, un mezzo per esprimere un anticipato giudizio di valore, come le parole dell’aspirante sovrintendente Sgarbi sottintendono.

Marcella Manni

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Il Festival della Filosofia è poco divulgativo?


Ho letto l’opinione di Andrea de Pietri comparsa il 21 settembre 2010 nelle colonne del Resto del Carlino.
De Pietri auspica, sotto forma di consiglio, ad una gestione più “divulgativa” degli incontri del festivalfilosofia, rintracciando nelle lezioni magistrali un atteggiamento troppo accademico.
Seguo il festival fino dalla sua prima edizione, e trovo che il suggerimento sia pretestuoso.
Quando invitati a tenere una conferenza, un incontro, una lezione, qualunque relatore si informa su argomento e natura dell’uditorio e su questo tara il proprio intervento.
La situazione singolare del festival filosofia espone i relatori a molteplici “rischi”, la piazza ha una composizione per sua natura variegata, aperta e gratuita e quindi capita di parlare contemporaneamente al ricercatore universitario, al collega docente, allo studente, al curioso o allo scettico, solo per citare alcune tipologie.
Tenere un registro uniforme è difficile oltre che arduo. Sta poi alle singole capacità del relatore essere più o meno incisivo… non è detto che chi sa, sappia insegnare. Questo si applica anche alla categoria delle maestre elementari. Sta quindi al pubblico “giudicare” l’incisività o meno di un intervento e la dote divulgativa del relatore, che non sempre va di pari passo con la sua competenza accademica, che nel caso del festival filosofia non è in discussione.
Credo che il festival sia quindi già per sua natura “divulgativo” proprio perché prevede una pluralità di voci, di punti di vista, di argomenti e di personalità, mostrando come l’indagine del pensiero a partire da un concetto apparentemente circoscritto offra spunti di riflessione così variegati, che il singolo può più o meno condividere ma difficilmente tacciare di infondatezza.
Sta a noi, pubblico, scegliere, riflettere, condividere, interrogarci sulla base degli stimoli ricevuti. Per tutto il resto ci sono ottimi, abbordabili economicamente e molto divulgativi manuali di storia della filosofia.
Marcella Manni

QUESTIONI DI FORTUNA


FESTIVALfilosofia 2010 (per gentile concessione Paneacqua.eu)

Incertezza, questo il sottotitolo dichiarato della manifestazione, giunta quest’anno alla decima edizione: gli oltre cinquanta maestri del pensiero che si sono alternati nelle piazze della provincia hanno interpretato spesso questa sfumatura della sorte, del fato.

Gli scenari politici, i mutamenti sociali, i “profili di rischio” che sembrano essere caratteristica fondamentale e dominante della condizione umana contemporanea, sono gli argomenti messi in campo nelle lezioni magistrali. Tra approfondimenti tematici, indagini etimologiche, riflessioni sull’agire collettivo si possono individuare filoni di indagine, dal rapporto tra eccezione e ordine nella sfera politica alle potenzialità creative dell’imprevisto, alle teorie del rischio e della sua calcolabilità.

Siamo influenzati dal passato o dal futuro? Marc Augè declina la domanda sul tema delle possibilità che si aprono al nostro essere individui oggi, quando creatività e invenzione diventano strumenti di proiezione nel futuro. Potere e sapere, questo il binomio fondamentale per Augè, che vede nel presente la smentita delle teorie di Fukuyama, non c’è legame infatti tra democrazia rappresentativa e libero mercato, sempre più spesso le dittature vanno di pari passo con sistemi economici liberali.

La megalopoli diventa il luogo simbolo delle contrapposizioni sociali, luoghi dove si concentrano potere e ricchezza e il divario tra classi si fa sempre più estremo, così come si fa più profondo quello tra istruiti e analfabeti. Per Augè il futuro che si prospetta è quello di un’oligarchia planetaria, in cui l’uguaglianza sociale è sempre più distante. Per invertire il corso di questo processo è necessario ridistribuire sapere e conoscenza, auspicando non tanto una poco realistica “rivoluzione educativa” quanto un ripensamento dei modelli e delle politiche educative esistenti, recuperando il procedimento dell’ipotesi scientifica dove dubbio e verifica si coniugano.

La questione della contingenza, il rapporto tra possibile e necessario dove fortuna, caso e destino si intrecciano, è il terreno sul quale si muove la riflessione di Massimo Cacciari. L’oggi è dominato dall’occasionalità, i concetti di fato e destino sono in disuso, siamo nelle mani del caso. Provvidenzialismo e progressismo sono caduti con le grandi ideologie e sembra che la storia si dipani senza l’ombrello di idee forti. Anche Cacciari non può non interrogarsi sull’agire umano, come su come si può mantenere orizzonte di senso seguendo il solo pathos, in un presente in cui il sapere è sempre più inaccessibile, in cui sempre più patiamo, cioè subiamo situazioni di cui non possiamo avere piena consapevolezza. Che si tratti dello sviluppo tecnologico o della complessità finanziaria, siamo sempre colpiti dalla fortuna. Per muovere efficacemente il binomio sapere e potere oggi è necessaria competenza eccezionale, ecco perchè al sapere si è sostituita la “chiacchiera”, la persuasione. Il potere non è più di chi sa, ma è di chi sa convincere. Patire e agire trovano sviluppo in una dimensione etica: anche se non sai, puoi limitare il tuo conoscere all’attimo e decidere del presente. Interrogarsi è quindi la via di uscita, la via di scampo allo scacco che ci muove il presente, restituendo responsabilità al linguaggio, dando ragione di ciò che si dice.

La prospettiva sociologica di Frank Furedi ruota attorno al binomio fato-libertà, quanto possiamo influenzare il futuro con le nostre azioni? L’incertezza che domina il nostro presente si trasforma in un freno morale prima ancora che un impedimento all’azione. Siamo in quella che Furedi definisce una cultura del pensiero precauzionale, dove il tentativo di minimizzare l’incertezza del futuro si trasforma in un paventare sempre il peggior scenario possibile. La gestione del rischio diventa quindi il metro politico e sociale attorno a cui le differenze ideologiche si annullano. L’insicurezza interiorizzata paralizza e annulla la consapevolezza della potenzialità del nostro agire positivo sul futuro. Per contrastare questa paralisi la strada è quella della ricerca di nuovi significati, in grado di restituire all’idea di futuro la connotazione di possibilità.

Una diversa prospettiva ce la offre Francois Jullien, proponendo una interpretazione della fortuna che mira allo spaesamento del pensiero, sulla base del testo fondamentale della cultura cinese I Ching. Attraverso la lettura del frammento, delle fissurazioni, tangibili tracce divinatorie, si produce una teoria della fortuna come coerenza. Priva della categoria tempo come intesa nel pensiero occidentale, cioè passato, presente e futuro, la cultura cinese non può intendere la fortuna come qualcosa di pertinente al futuro e quindi connotata di rischio, quanto come qualcosa che arriva e qualcosa che se ne va. Si perde quindi la connotazione negativa tutta occidentale legata all’accidentalità. La fortuna, e di conseguenza il nostro agire, ci si offre come contemporaneamente inizio e declino, nel contingente coesistono elementi positivi e negativi che lavorano per una “coerenza”, per un tenere insieme che è continua transizione.

Al di là del folklore degli oggetti scaramantici, dei numeri del lotto, delle schedine del gratta e vinci, interessante è vedere come una sentenza a volte lapidaria “sono fortunato” o “sono sfortunato”  che spesso caratterizza il pensiero quotidiano, condiziona il nostro modo di rivolgerci e di pensare il futuro, e di come il pensiero filosofico ne scandagli i risvolti socio-antropologi con sfumature così differenti, nel tentativo di indagare un’attitudine che, in modo più o meno consapevole, influenza profondamente l’agire singolo e collettivo.

Marcella Manni