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Archivi Mensili: ottobre 2011

Siamo gente da Fotoromanzo.


E’ davvero la scoperta dell’acqua calda che il nostro quotidiano sia sovraffollato di immagini, che siano quelle legate all’informazione, alla pubblicità o alle gallerie virtuali dei social network è un proliferare di fotografie più o meno amatoriali e, soprattutto, più o meno utili allo scopo. La sovrabbondanza non può che aver minato alle fondamenta il ruolo educativo e divulgativo che le immagini hanno storicamente avuto (le “illustrazioni” o “figure” a corredo di un testo hanno caratterizzato la letteratura e saggistica) e sembra che anche il fine di documentazione, inteso come genere codificato, sia sempre più in bilico.

E’ quindi singolare e degno di nota come ci si possa imbattere in operazioni che proprio all’immagine e al suo versatile potenziale comunicativo affidano progetti a sfondo sociale.

Citando Il Devoto Oli, il fotoromanzo è una “vicenda romanzesca, pubblicata in un fascicolo unico o a puntate, la cui trama è svolta attraverso sequenze fotografiche corredate da brevi didascalie e da fumetti”. Quello che, dopo quarant’anni, è oramai un genere riconosciuto della letteratura rosa, si trasforma in uno strumento per narrare, condividere e documentare il territorio.  Un progetto della regione Valle d’Aosta che mira alla salvaguardia della lingua patois  (lingua francoprovenzale con tanto di dizionari e letteratura) si affida proprio alla costruzione di un fotoromanzo, ottenuto rielaborando le pièces del teatro popolare valdostano, con protagonisti i ragazzi di compagnie teatrali popolari, per promuovere la conoscenza della lingua tradizionale di molte valli tra le generazioni più giovani.

Ricordami per Sempre

Si dichiara d’autore quello prodotto dal Museo di Fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo, fotografie di Marco Signorinie testi di Giulio Mozzi; “Ricordami per sempre” il titolo dell’inedito, con un casting effettuato totalmente nel territorio, quello dell’area nord di Milano, un fotografo e uno scrittore prestati al gioco e soprattutto, molta partecipazione popolare.

. La ricognizione di un paesaggio industriale profondamente mutato dal dopoguerra in poi è consegnata a un vero e proprio racconto per immagini, costruite e confezionate ad hoc. Mostre, convegni e festa popolare compresi nel pacchetto, vera e propria operazione di coinvolgimento attivo del territorio.

Sono originali operazioni, prima di tutto culturali, che hanno un apprezzabile sapore “vintage”,  sia che siano giocate sul filo dell’ironia come quella della regione Valle D’Aosta,  o con atmosfere di un rivisitato neorealismo quelle di Cinisello Balsamo. Abbandoniamo quindi lo sguardo snob e lasciamoci appassionare dai tempi, modi e atmosfere naif della fiction di altri tempi.

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Le Professioni dell’Arte


Non solo artisti, il meraviglioso circo dell’arte contemporanea si regge grazie ad una manodopera estremamente formata e professionale che vive principalmente di entusiasmo.  Gli artisti italiani, giovani e mid-career,  lamentano di dover svolgere altri lavori per “vivere” cioè per pagare affitto e bollette e quindi vai con gli impieghi negli studi di grafica o, per i fotografi, i lavori su commissione che pagano bene ma affossano gli animi.

Ma a chi è affidato il compito di lavorare con e per gli artisti? A un esercito di variamente laureati che si sfiancano a suon di gavetta non retribuita come curatori, redattori, allestitori…

Non è una novità, una recente inchiesta trasmessa da una nota trasmissione televisiva ha svelato- per chi non lo sapesse già- che il precariato e, soprattutto, lo sfruttamento di forza lavoro, è connaturato ad un certo ambito di professionalità che si può genericamente definire “creativa”. Quindi sembra normale che un laureato in architettura debba svolgere periodi decisamente lunghi di tirocinio formativo non retribuito e “considerarsi fortunato perché qui vede come si lavora e può imparare”, oppure le redazioni di quotidiani nazionali che vivono grazie a schiere di giornalisti pagati – da fame – al pezzo. Ha mostrato il re nudo uno scambio epistolare tra il direttore e proprietario di una nota rivista di arte contemporanea italiana, complice un pubblico annuncio di offerta lavoro, posizione “assistente di redazione”. Reale o fittizio che sia  lo scambio di e-mail (l’annuncio è reale, così come i requisiti richiesti e la decisamente fastidiosa referenza di “ turnover dovuto al fatto che i loro redattori sono chiamati a più alti, importanti e remunerativi incarichi”) mostra quasi con ingenuità una modalità di potenziale sfruttamento.

Nessuno scandalo, la pratica del tirocinio è universalmente diffusa, ma farla “cadere dall’alto” e concepirla come un obbligatorio rito di iniziazione è quantomeno fastidioso. Come spesso accade, ed è deprimente doverlo fare notare, la modalità italian style di gestire certe situazioni è all’insegna della cafoneria e dell’arroganza. Con una veloce e nemmeno troppo raffinata ricerca in rete si vede come istituzioni come la Tate, Londra, comunicano una chiara e trasparente offerta di “job vacancy” nella quale sono inclusi anche periodi di tirocinio non retribuito. I ruoli sono definiti con chiarezza così come gli orari di lavoro. Ci sono poi casi addirittura di gallerie private che offrono più o meno lunghi periodi di tirocinio dove, udite udite, rimborsano spese di viaggio e offrono il pranzo. Come dire almeno non devo spendere per lavorare. Ovviamente si fa riferimento a opportunità formative e ambiente di lavoro stimolante, ma vien da chiedersi, chi accetterebbe di fare un tirocinio in un ambiente di lavoro potenzialmente poco stimolante?

Non è tutto oro quello che luccica, e c’è da dire che il proliferare nell’ultimo decennio in Italia di offerte formative più o meno dignitose all’insegna del “management culturale” hanno ingrossato le casse di università pubbliche e private  sfornando schiere di giustamente aspiranti professionisti senza ce ne fosse effettiva richiesta. In Italia il reclutamento di enti e istituzioni culturali pubbliche avviene oramai quasi solo per concorso, le poche istituzioni private raramente comunicano “job vacancy” che sono perlopiù affidate a passaparola, o a segnalazioni “mirate”, contribuendo a far apparire il sistema arte contemporanea come qualcosa di elitario e poco accessibile. Forse, ancora una volta, sta proprio a chi vive e lavora in un settore che lotta per affermarsi come un reale settore produttivo, fare in modo che canoni e modalità di reclutamento siano all’insegna della professionalità e della trasparenza. Per evitare di sentirsi – nemmeno troppo a mezze parole – porre l’interrogativo “quello dell’arte è un ‘mestiere’ oppure un passatempo?” Forse è questa la domanda alla quale operatori a vario titolo dovrebbero chiaramente rispondere, non a parole ma con i fatti.

Son fotografi o stampatori?


Nell’era della fotografia digitale  il polemico dibattito sul “come fa a farla”, intendendo la fotografia, trova sempre terreno fertile.  Sembra una querelle da circolo di amatori ma certe “obiezioni” sollevano in realtà questioni fondanti per modo di intendere e di lavorare con la fotografia, intesa come pratica artistica.

La mostra del fotografo americano Ansel Adams allestita all’ex Ospedale Sant’Agostino a Modena fornisce uno spunto eccellente. Adams, durante una carriera durata sessant’anni, ha prodotto un immenso corpus di lavori dedicati alla natura e al paesaggio, rigorosamente in bianco e nero. Autore di dieci libri sulla tecnica fotografica  e di circa 28 pubblicazioni si può dire che abbia dedicato la maggior parte della sua esperienza al lavoro in camera oscura. Con un balzo semantico ecco quindi subdolo l’interrogativo: è un bravo autore o “solo” un eccellente stampatore?

Con un interrogativo così posto, andando indietro nel tempo ci si potrebbe allora chiedere se Fox Talbot sia stato “solo” un matematico o un autore fondamentale nella storia della fotografia? La  “post-produzione” è oramai assurta  a dea, e quindi via a chiedersi se le immagini di Olivo Barbieri sono ottenute con un filtro di un programma di fotoritocco… così come può essere vero che una buona macchina digitale riesce a riprodurre quasi alla perfezione il sistema zonale di Adams. Ma è davvero questa la domanda importante?

La storia della fotografia è fatta e si sta facendo anche e di pari passo, come è naturale che sia, con l’evoluzione tecnica del mezzo e con la tecnica di stampa. Per  restare in ambientazioni nostrane chi potrebbe mettere in dubbio il contributo che Arrigo Ghi ha dato al lavoro di Luigi Ghirri? Ma leggendo le “lezioni” di Ghirri si coglie nettamente il suo pensiero rispetto alla fotografia, al suo utilizzo e a che cosa offre al suo autore e che cosa vorrebbe restituire allo spettatore, pensiero che poco ha a che vedere con la tecnica di stampa. La “staged photography” di Gregory Crewdson si basa su un complesso e laborioso lavoro preparatorio di costruzione di veri e propri set fotografati con il banco ottico, che ci restituiscono incredibili affreschi contemporanei. La “street photography” di Philip Lorca di Corcia ha tranquillamente ceduto alla posa senza però perdere il guizzo imprevisto nello scatto.

Senza arrivare all’”occultamento dell’autore” di Vaccari, per il quale “non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui” e con buona pace di Freud e la sua teoria della macchina fotografica come “strumento che fissa le impressioni fuggevoli della vista”, la fotografia ha ovviamente a che vedere con la memoria, ma soprattutto oggi, ha ancora più a che vedere con la visione. E se la fotografia, come scrive Cartier-Bresson, è anche un modo per comprendere, allora ben venga ogni tecnica a supporto della nostra potenziale capacità di comprensione e di lettura dello sfaccettato, sovrabbondante e caleidoscopico flusso di immagini contemporanee.