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Le Professioni dell’Arte


Non solo artisti, il meraviglioso circo dell’arte contemporanea si regge grazie ad una manodopera estremamente formata e professionale che vive principalmente di entusiasmo.  Gli artisti italiani, giovani e mid-career,  lamentano di dover svolgere altri lavori per “vivere” cioè per pagare affitto e bollette e quindi vai con gli impieghi negli studi di grafica o, per i fotografi, i lavori su commissione che pagano bene ma affossano gli animi.

Ma a chi è affidato il compito di lavorare con e per gli artisti? A un esercito di variamente laureati che si sfiancano a suon di gavetta non retribuita come curatori, redattori, allestitori…

Non è una novità, una recente inchiesta trasmessa da una nota trasmissione televisiva ha svelato- per chi non lo sapesse già- che il precariato e, soprattutto, lo sfruttamento di forza lavoro, è connaturato ad un certo ambito di professionalità che si può genericamente definire “creativa”. Quindi sembra normale che un laureato in architettura debba svolgere periodi decisamente lunghi di tirocinio formativo non retribuito e “considerarsi fortunato perché qui vede come si lavora e può imparare”, oppure le redazioni di quotidiani nazionali che vivono grazie a schiere di giornalisti pagati – da fame – al pezzo. Ha mostrato il re nudo uno scambio epistolare tra il direttore e proprietario di una nota rivista di arte contemporanea italiana, complice un pubblico annuncio di offerta lavoro, posizione “assistente di redazione”. Reale o fittizio che sia  lo scambio di e-mail (l’annuncio è reale, così come i requisiti richiesti e la decisamente fastidiosa referenza di “ turnover dovuto al fatto che i loro redattori sono chiamati a più alti, importanti e remunerativi incarichi”) mostra quasi con ingenuità una modalità di potenziale sfruttamento.

Nessuno scandalo, la pratica del tirocinio è universalmente diffusa, ma farla “cadere dall’alto” e concepirla come un obbligatorio rito di iniziazione è quantomeno fastidioso. Come spesso accade, ed è deprimente doverlo fare notare, la modalità italian style di gestire certe situazioni è all’insegna della cafoneria e dell’arroganza. Con una veloce e nemmeno troppo raffinata ricerca in rete si vede come istituzioni come la Tate, Londra, comunicano una chiara e trasparente offerta di “job vacancy” nella quale sono inclusi anche periodi di tirocinio non retribuito. I ruoli sono definiti con chiarezza così come gli orari di lavoro. Ci sono poi casi addirittura di gallerie private che offrono più o meno lunghi periodi di tirocinio dove, udite udite, rimborsano spese di viaggio e offrono il pranzo. Come dire almeno non devo spendere per lavorare. Ovviamente si fa riferimento a opportunità formative e ambiente di lavoro stimolante, ma vien da chiedersi, chi accetterebbe di fare un tirocinio in un ambiente di lavoro potenzialmente poco stimolante?

Non è tutto oro quello che luccica, e c’è da dire che il proliferare nell’ultimo decennio in Italia di offerte formative più o meno dignitose all’insegna del “management culturale” hanno ingrossato le casse di università pubbliche e private  sfornando schiere di giustamente aspiranti professionisti senza ce ne fosse effettiva richiesta. In Italia il reclutamento di enti e istituzioni culturali pubbliche avviene oramai quasi solo per concorso, le poche istituzioni private raramente comunicano “job vacancy” che sono perlopiù affidate a passaparola, o a segnalazioni “mirate”, contribuendo a far apparire il sistema arte contemporanea come qualcosa di elitario e poco accessibile. Forse, ancora una volta, sta proprio a chi vive e lavora in un settore che lotta per affermarsi come un reale settore produttivo, fare in modo che canoni e modalità di reclutamento siano all’insegna della professionalità e della trasparenza. Per evitare di sentirsi – nemmeno troppo a mezze parole – porre l’interrogativo “quello dell’arte è un ‘mestiere’ oppure un passatempo?” Forse è questa la domanda alla quale operatori a vario titolo dovrebbero chiaramente rispondere, non a parole ma con i fatti.

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