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Archivi Mensili: giugno 2012

Tutto può essere documento


Nel 1895 due giuristi belgi decisero di mettere insieme lo scibile universale e di catalogarlo con un sistema che chiamarono Classificazione Universale Decimale (tutt’ora in uso nelle biblioteche) stabilendo lo standard e il formato delle schede bibliografiche così come delle cassettiere che le raccolgono. Erano Paul Otlet, figlio di un grande industriale e Henri-Marie La Fontaine, premio nobel per la pace nel 1913. La loro pratica era guidata da una teoria che culmina, nel 1934, nel Traité de Documentation di Otlet, basato sul principio che tutto può essere documento. L’idea era che il mondo esistesse per entrare in un catalogo, che avrebbe ordinato il sapere e, per quella via, avrebbe favorito la conoscenza tra i popoli e propiziato la pace universale. E’ in questo spirito che, cercando di passare dalle parole alle cose, i due progettarono una città internazionale, con rappresentanze di tutti i paesi – una specie di catalogo, anche lì, e, non  trovando ascolto tra i governi parlamentari cercarono di proporlo a Mussolini e a Hitler, ma senza successo. Il Mundaneum fu originariamente ospitato nel Palais du Cinquantenaire a Bruxelles, ma ricevette un primo colpo negli anni Trenta, quando alcune sale vennero smantellate per far posto a una esposizione sul caucciù. Otlet sperava in un trasferimento a Ginevra, in un edificio progettato da Le Corbusier, ma ciò che avvenne, negli anni Quaranta, fu invece l’occupazione tedesca del Belgio e nella fattispecie una trionfale mostra sull’arte del Terzo Reich che sloggiò il Mundaneum. Otlet morì nel 1944 dimenticato da tutti, il che, per un archivista universale, appare come un destino piuttosto ironico. Le sue cassettiere e le sue schede ebbero vita grama e collocazioni inadeguate fino a quando non trovarono ospitalità a Mons. Girarci oggi dà l’impressione di visitare uno dei musei più singolari che esistano, un museo che raccoglie tutto, perché tutto può essere documento.

M. Ferraris in Documentalità, Perché è necessario lasciare tracce. Bari, Laterza 2009

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I miei libri non sono semplicemente dei cataloghi…


I miei libri non sono semplicemente dei cataloghi dei lavori, quanto piuttosto dei lavori autonomi. L’idea del libro è un punto fondamentale, è l’opera, l’opera cinematografica, è il film che ti permette di trasmettere il significato che, all’interno di un singolo lavoro, difficilmente riesce a venire fuori. Mi piace lavorare per episodi, che dovrebbero essere l’essenza dei vari progetti. Mi piacciono molto i libri strutturati per racconti, mi piace che vari racconti, messi insieme riescano a trovare un significato ulteriore, a divenire una storia più strutturata. E’ come dispensare lentamente le cose, lasciando decantare i lavori, magari per anni, per poi utilizzarli in una nuova chiave come sta capitando per questa mostra. Quest’operazione offre la dimensione reale del mutamento. Dà la possibilità di rileggere quello che si è fatto nel passato, e in qualche modo, di riattualizzarlo.

Marco Signorini, in Earthheart, Bologna, Damiani 2011

Perché la gente conserva le fotografie.


“Perché la gente conserva le fotografie?”

“Perché? Lo sa il cielo! Perché la gente conserva le cose…. Cianfrusaglie… ciarpame, cocci e frammenti. Le conservano e basta!”

“Sono d’accordo con lei fino a un certo punto. Ci sono persone che conservano le cose. Ce ne sono altre che buttano via tutto appena hanno finito di adoperarlo. E’, in effetti, questione di temperamento. Ma io ora sto parlando specificamente delle fotografie. Perché la gente conserva, in particolare, le fotografie?

“Come dicevo prima, perché non buttano via le cose. Oppure perché gli ricordano…”

Poirot si buttò su queste parole.

“Precisamente, gli ricordano. Ma domandiamoci ancora, perché? Perché una donna conserva una fotografia di se stessa quando era giovane? Io dico che la prima ragione è, sostanzialmente, la vanità. E’ stata una bella ragazza e conserva una fotografia di se stessa per ricordarsi di quanto era carina. Le dà il coraggio, quando lo specchio dice cose sgradevoli. E dice magari a una amica: ‘questa ero io quando avevo diciotto anni…’ e sospira… E’ d’accordo?”
“Sì, direi che è abbastanza vero”.

“Questa è dunque la ragione numero 1. La vanità. Passiamo ora alla ragione numero 2. Il sentimento.

“Non è la stessa cosa?”

“No, non esattamente. Esso ti porta a conservare non solo la tua fotografia, ma quella di un altro… Una foto di tua figlia sposata, quando era bambina e sedeva su un tappeto davanti al caminetto, tutta circondata di tulle… A volte è molto imbarazzante per il soggetto ma alle madri piace. E i figli e le figlie conservano spesso foto della loro madre, soprattutto, diciamo, se è morta giovane. ‘Questa era mia madre da ragazza’”.

“Incomincio a capire dove vuole arrivare, Poirot”

“E c’è probabilmente una terza categoria, non la vanità, non il sentimento, non l’amore… forse l’odio… che cosa ne dice?”

“L’odio?”

“Sì, per tener vivo un desiderio di vendetta. Se una persona ti ha fatto del male… potresti conservare una sua fotografia per ricordartene, no?” Agatha Christie, Mrs McGinty’s Dead