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Archivi Mensili: settembre 2012

Creatività


Proporre un metodo per diventare creativi non sembra diverso dall’ordine di disobbedire all’ingiunzione di essere naturali. E proprio quando ti dicono di essere naturale incominciano le palpitazioni, le orticarie e i sorrisi tirati (ti verrebbe voglia di dire che no, che tu sei artificiale), così alla ingiunzione del creare vien voglia di opporre una resistenza passiva: io no, non creo, neanche sotto tortura. Mi è capitato di leggere il sito di un tizio che se la prendeva con la scuola, dicendo che frustra la creatività. […] Il bello è che il tizio che se la prendeva con la scuola ne aveva aperta una a sua volta. No, non ci siamo, la via è un’altra. Per diventare creativi bisogna fare il contrario di quello che consigliava quel tizio; bisogna copiare, copiare e ancora copiare. Quando tutto quello che abbiamo copiato ci uscirà dagli occhi, quando ogni verso, ogni nota, ogni disegno ci sembrerà una citazione, ecco che saremo dei creatori o (almeno) non dei ripetitori. Questo non vale solo nell’arte, ma anche nella vita, dove (fateci caso) il più delle volte i principianti ripetono schemi già visti, proprio come gli autori inesperti adoperano frasi fatte. Il punto è molto semplice, e l’ha enunciato una volta Umberto Eco: si sbaglia ad associare il genio alla sregolatezza; il genio non ha meno regole degli altri, ne ha molte di più.

M. Ferraris in Filosofia per dame, pp. 47-48, Guanda, Parma 2011

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Fotoritratto o Identikit?


Così, mentre i foto ritrattisti esploravano le fisionomie per catturare l’anima, gli archivi delle polizie si riempivano di foto segnaletiche – tutte rigorosamente di fronte o di profilo – dove venivano evidenziati i particolari fisiognomici, ma dalle quali non traspariva alcun interesse per gli aspetti psicologici dei soggetti fotografati. Se questi sono inessenziali ai fini dell’identificazione bisogna ammettere che l’individualità è qualcosa di estremamente fragile, simile a una increspatura di superficie, piuttosto che a una realtà concreta. E’ preoccupante constatare che, dopo tanta fatica per emergere dalla natura e costituirci come individui, esistano organi potentissimi della società che ignorano questa dimensione. Negli archivi della polizia si viene spogliati di quei tratti nei quali riponiamo il nostro orgoglio per ritrovarci ridotti a una sommatoria di caratteri puramente fisici (attaccatura dei lobi delle orecchie, bozze frontali, distanza degli occhi ecc.) con il risultato paradossale di essere riportati, ancora una volta, alla sola natura. E’ estremamente significativo che, per la costruzione degli identikit, venga utilizzata una collezione di particolari fisiognomici da assemblare in modo combinatorio; sembra una conferma che nella foto ritrattistica esista una specie di abbaglio consistente nel dare per scontato l’oggettiva esistenza dell’individuo. E’ innegabile che l’eccessivo contatto con tanti volti, provocato dalla fotografia, stia producendo fenomeni di ipersensibilizzazione molto simili alle reazioni allergiche. Probabilmente ciò che sta diventando sempre più difficile da sopportare nei ritratti è la contemporanea presenza di due equivoci: quello del soggetto, preoccupato di far emergere l’identità, e quello dell’autore, tutto compreso nel ruolo ostetrico della stessa.

F. Vaccari in Fotografia e inconscio tecnologico, pp. 107-108, Einaudi, Torino 2011

Esposizione in tempo reale num. 4:Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, 1972

Laboratòrio s. m. [dal lat. mediev. laboratorium, der. di laborare «lavorare»]


Cosa si fa in quei due giorni? Sono dei corsi? Ma sono per gente che sa già fotografare? Ma io non ho una gran macchina fotografica…

Invece che dire quello che i Laboratori di Metronom saranno, proviamo a fare un elenco di quello che non saranno, così non roviniamo la sorpresa.

Non saranno delle lezioni con uno dietro un tavolo che parla e scrive su una lavagna a fogli mobili, cioè, non c’è niente di male a fare delle lezioni così, ma noi non abbiamo una lavagna a fogli mobili.

Non saranno due giorni di approfondimento teorico e pratico sul sistema zonale. Se per caso uno non sa che cos’è il sistema zonale può iscriversi lo stesso e poi magari chiederlo, se gli interessa saperlo.

Non saranno un modo per evitare di leggere il libretto delle istruzioni di un apparecchio fotografico.

Non saranno giornate in luoghi ameni dell’Appennino emiliano tra i colori dell’autunno. I colori dell’autunno ci saranno, in caso servissero, anche al Parco Amendola che è qui di fianco.

Non saranno la gara a chi ha il teleobiettivo più lungo. O il gilè con più tasche.

Non saranno esercizi di fotografia di nudo artistico. Ci abbiamo pensato, ma sia Michele Buda che Marco Signorini non hanno mai fatto delle foto di nudo artistico e hanno avuto paura di non essere all’altezza.

Non saranno giornate di esercizi di fotoritocco. Per gli stessi motivi di cui sopra.

Non saranno un modo per imparare a ottenere più follower su Instagram,  like su Facebook o cambiare il vostro profilo su Linkedin. Comunque le foto che fate le potete poi usare come volete.

L’estetica popolare


Niente si oppone più direttamente all’immagine comune della creazione artistica come l’attività del fotografo amatore, che spesso chiede all’apparecchio di compiere al suo posto il maggior numero possibile di operazioni, identificando il grado di perfezione della macchina che utilizza con il suo grado di automatismo. Tuttavia, sebbene la produzione dell’immagine sia interamente devoluta all’automatismo dell’apparecchio, l’inquadratura rimane una scelta che impegna valori estetici ed etici: se, astrattamente, la natura e i progressi della tecnica fotografica tendono a rendere ogni cosa oggettivamente “fotografabile”, ciò non toglie che di fatto, nell’infinità teorica delle fotografie tecnicamente possibili, ogni gruppo selezioni una gamma precisa e definita di soggetti, di generi e di composizioni. […]

Considerato che, a differenza delle attività artistiche pienamente consacrate, come la pittura o la musica, la pratica della fotografia è ritenuta accessibile a tutti, dal punto di vista tecnico come da quello economico, e chi vi si dedica non si sente affatto legato a un sistema di norme esplicite e codificate che definiscano la pratica legittima nel suo oggetto, le sue occasioni e la sua modalità, l’analisi del significato soggettivo o oggettivo che i soggetti conferiscono alla fotografia come pratica o come opera culturale, appare un mezzo privilegiato per cogliere nella loro espressione più autentica le estetiche (e le etiche) proprie ai differenti gruppi o classi e in particolare “l’estetica popolare” che vi si può eccezionalmente manifestare.

P. Bourdieu in La fotografia, Guaraldi, Rimini 1972

Fotografia e società


Come mezzo di riproduzione, la fotografia ha democratizzato l’opera d’arte rendendola accessibile a tutti. Nello stesso tempo ha mutato la nostra visione dell’arte. Usata come mezzo di esteriorizzazione di uno stimolo creatore, è ben diversa da una semplice copia della natura. Se così non fosse le “buone” fotografie non sarebbero tanto rare. Fra i milioni di immagini pubblicate quotidianamente nel giornali e nei libri, ben poche sono quelle che vanno oltre la semplice rappresentazione. La fotografia ha aiutato l’uomo a scoprire il mondo, sotto angoli visuali nuovi: ha soppresso lo spazio. Senza di essa, non avremmo mai visto la superficie della luna. Ha livellato le cognizioni e ha così riavvicinato gli uomini. Ma svolge anche la funzione pericolosa di manipolatrice per creare bisogni vendere merci, modellare gli spiriti.

La fotografia è stata il punto di partenza di mass-media che oggi hanno una funzione importantissima come mezzo di comunicazione. Senza la fotografia, non avremmo avuto né il cinema né la televisione. Guardare quotidianamente il piccolo schermo è oggi divenuto una droga della quale milioni di persone non possono fare a meno. L’inventore della fotografia, Nicéphore Niépce, fece sforzi disperati per affermare la sua idea. Conobbe soltanto sconfitte e morì nella miseria. Oggi pochi conoscono il suo nome, ma la fotografia, ch’egli fu il primo a realizzare, è diventata il linguaggio più comune della nostra civiltà.

G. Freund, in Fotografia e società, Torino, Einaudi 1974

Stratificazioni


Ho investigato il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà unica, ma in ogni istante, o più precisamente, in ogni fase della mia vita, da un determinato angolo di osservazione. Ho esaminato i rapporti universali in un certo spaccato del mondo, seguendo una determinata direzione, in un determinato piano, e ho cercato di comprendere la struttura del mondo a partire da quella sua caratteristica, di cui mi occupavo in quella fase. I piani di questo spaccato mutano, tuttavia un piano non annulla l’altro, ma lo arricchiva, cambiando, ossia con una continua dialettica del pensiero (il cambio dei piani in esame, con la costante dell’orientamento verso il mondo come un insieme).

P. A. Florenskij, in Stratificazioni, Reggio Emilia, Diabasis 2008

 

Scrapbook #festivalfilosofia


Il genere è molto popolare nei paesi di lingua anglosassone, se ne hanno esempi fin dal XV secolo, ma è in realtà con l’invenzione della fotografia che si sono arricchiti di elementi e nuove possibilità. Composti come dei veri e propri album ricordo contengono foto, ritagli di giornale, biglietti del cinema, carte di caramelle o qualsiasi cosa che appartiene a un determinato momento o circostanza e che serve per raccontarne la storia e conservarne la memoria. Oltre alle fotografie, lo scrapbook si compone di frasi, testi brevi o anche solo commenti che arricchiscono la componente di immagini e oggetti. Lo scrapbook diventa, nella mani del suo autore, il luogo per raccontare il passato ma allo stesso tempo per utilizzare il passato per raccontare nuove storie. Foto, ritagli, o qualsiasi cosa trovata o realizzata può essere usato anche per raccontare ciò che vorremmo fosse accaduto o succedesse. La monumentale scultura di Geoffrey Farmer  (Leaves of Grass) realizzata per Documenta 13 ci mostra come un dato reale, in questo caso cinquanta precisi anni di numeri della rivista LIFE e, di rimando, cinquant’anni di storia dal 1935 al 1985,  possano essere il punto di partenza per una messa in scena dai contenuti inediti e rinnovabili di volta in volta, a seconda dello sguardo dello spettatore. Le figure umane, gli oggetti, i volti, i paesaggi ritagliati dalla rivista e incollati su bastoncini di legno sembrano raccontare una potenzialmente infinita serie di storie e modi potenzialmente infiniti di guardare il mondo. La composizione dell’archivio, la ricerca quasi ossessiva di catalogazione, diventano un atteggiamento attivo di ricerca e il passato diventa non solo esperienza da custodire ma una fonte a cui attingere, con uno sguardo al futuro.

Componi una pagina dello scrapbook ispirandoti al festivalfilosofia sulle cose.  Svuota le tasche, la borsa o lo zaino di biglietti, programmi, inviti, fotografie, scontrini o qualsiasi altra cosa che possa comporre la tua pagina ricordo del festival e portali nella sede di Fuorimappa, in via Carteria 8 dal 14 al 16 settembre durante gli orari di apertura della mostra Joe’s Junkyard. Le pagine più belle verranno fotografate e pubblicate su www.metronom.it e l’album completo donato al consorzio festivalfilosofia.

14 – 15 settembre h 9.00 – 23.00

16 settembre h. 9.00 – 21.00

Lisa Kereszi | Joe’s Junk Yard

Fuorimappa by Metronom | 8 via Carteria | Modena