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Archivi Mensili: ottobre 2012

Art Shot | Martina Della Valle


Coolshaker dedica il secondo “Art Shot” a Martina della Valle, che apre le porte della casa studio di Berlino.

tratto da Coolshaker Blog

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Cos’è la fotografia concettuale?


Source Magazine ha dedicato l’ultimo numero (#71) a dirimere la questione, partendo dall’assunto che il termine fotografia concettuale è tanto usato quanto poco definito. Ci si può muovere quindi tra i poli opposti di chi lo interpreta come un movimento legato a un arco temporale ben preciso, gli anni 1960- 70 a chi lo intende come un modo d’uso, un metodo della fotografia che la configura come una sola attività intellettuale. O forse nulla di tutto questo. Nel tentativo di rispondere alla domanda in questione la rivista ha prodotto delle brevi videointerviste con un’ampia partecipazione di contributi sia di artisti che di critici. Il concetto, l’idea come fondante e alla base della pratica fotografica è una questione annosa e oggi sempre più intrigante. Ma non certo inedita, almeno non in Italia, dove già negli anni 90 ci si interrogava in merito con una mostra (e un libro) Gli anni 70, lo sguardo, la foto, in cui attraverso il lavoro di Franco Vaccari, Luigi Ontani, Franco Guerzoni o Giulio Paolini, solo per citare alcuni autori italiani, si parlava già di fotografia post-concettuale, facendo riferimento al Piston de courant d’air di Duchamp. Come primo esempio di fotografia concettuale nel Novecento. E’ quindi una questione di date? Forse no, a sentire quanto dichiara John Hilliard anche lui tra i partecipanti a quella mostra che a distanza di vent’anni sottolinea come il termine, non venga tanto usato dagli artisti verso il proprio lavoro, quanto più dagli altri per definire o connotare il lavoro di un autore. Nelle tre video-interiviste realizzate da Source non si perde nemmeno l’occasione per alimentare il dibattito sulla liceità della contrapposizione tra fotografia –concettuale- e fotogiornalismo, che è un po’ come la spinosa distinzione tra fotografo e artista, in fondo, ci dice Lucy Soutter, tutta la fotografia ha a che fare con delle idee o dei concetti in partenza, anche quella di moda o pubblicitaria, quindi per paradosso, si potrebbe ribaltare la domanda chiedendosi quale fotografia non sia concettuale.

Il dibattito è tutt’altro che concluso…

 

In arte niente è banale


In arte niente è banale, e una vera fotografia di paesaggio è una metafora. Se una veduta non è nulla di più della raffigurazione di un pezzo di territorio, l’immagine riuscirà a fermare la nostra attenzione solo per poco; preferiremo allora il luogo in sé, che possiamo percepire e odorare e ascoltare oltre che vedere; eppure, allontanandoci dalla scena, speriamo di poterla ritrovare nell’arte. Questo perché non è facile apprezzare la geografia in quanto tale, e speriamo di ricevere dall’artista qualche indicazione per capire il significato di un luogo. […] Forse riponiamo fiducia nella fotografia di paesaggio proprio perché può renderci chiaro quello che già sappiamo. Una scena è più o meno riuscita per il modo in cui si sovrappone alla nostra esperienza delle condizioni e delle possibilità della vita.

R. Adams in La bellezza in fotografia, pp. 9-10, Einaudi, Torino 1995

M.Buda, BN881, Gallipoli, 2008

La realtà è in gran parte nell’assurdo


Questo mondo, che tante volte ci hanno presentato, non esiste. E’ troppo realizzabile per essere vero. Troppo vero per essere vero. La realtà è in gran parte nell’assurdo, in quell’immaginazione che è a un passo per diventare realizzazione, ma che non la diventerà mai. Nella vita, in fondo, la realtà esiste e non esiste. La vita è piena di piccole cose inspiegabili, come il tempo che si misura ma non se ne può afferrare una porzione tra un punto e l’altro mentre la viviamo. Se io penso di fare una cosa, la cosa fatta è sempre diversa da quella che ho pensata: pertanto la realtà sta tra la cosa fatta e quella pensata. Tutto si compendia nella vita: magia, sogno, assurdità, piacere, dolore, lavoro e pigrizia: realtà. L’arte sta nel trasformare la realtà nella propria inconfondibile visione. Nell’arte il tempo perde valore.

A. Delfini, in Autore ignoto presenta, Torino, Einaudi 2008, pp. 46-47.

 

                                     

T. Hido, Houses at night, 1997  

Tricks and Falls, tre domande a Michele Buda


Metronom: Il movimento, l’azione, la figura non sono mai stati un punto centrale della tua ricerca, come nasce e come si è sviluppata la serie Skatepark?

Michele Buda: Questa ricerca nasce casualmente, nel senso che mi ci sono ritrovato perché accompagnavo mio figlio piccolo in uno Skatepark. Mentre facevo delle fotografie durante le sue evoluzioni ho capito che potevo provare a sviluppare un progetto sul mondo degli skaters. Il mezzo usato (una digitale 35mm) mi ha portato ad usarlo per quello che è stato principalmente progettato: la fotografia d’azione.
Nella serie ci sono anche delle immagini di parti della pista, è qui che ho cercato un collegamento con il mio lavoro precedente, anche se ho fotografato questi oggetti con la fotocamera settata e usata come se fossero degli snapshot.

M: Le fotografie di Skatepark non sembrano fotografie sportive e nemmeno riconducibili al genere di lavoro che molti autori hanno realizzato documentando le comunità skate, penso a Ari Marcopoulos o Ed Templeton, solo per citare due nomi, quanto conta lo skate in queste fotografie?

MB: E’ vero, ho cercato di evitare di fare delle fotografie sportive: per lo più sono fotografie di errori o salti disarticolati. Non compare mai il paesaggio circostante o il cielo che avrebbe aggiunto enfasi al gesto, ci sono solo delle figure schiacciate su una superficie che compare solo perché viene usata per le loro evoluzioni.
Gli autori che citi sono coinvolti direttamente col mondo degli skaters. Per me e per il mio modo di fotografare invece questo mondo, questi luoghi sono essenzialmente un pretesto. Quello che mi interessa della pratica dello skatebording è la continua insistenza a provare e riprovare gli stessi gesti, le stesse figure alla ricerca dell’esercizio perfetto. E a un livello di perfezione, o almeno ad avvicinarsi, si può arrivare  solo dopo molte e molte prove e cadute. E’ un atteggiamento che, ovviamente, mi piace assimilare alla pratica della fotografia.

M: Tricks and Falls è anche un libro fotografico in uscita a breve, quanto c’è di narrativo nel lavoro che proponi?

MB: Il libro è ovviamente diverso dalla mostra e in effetti ho cercato di dare una certa qualità narrativa alla sequenza del libro, ma nonostante questo tentativo rimango convinto che la fotografia non è la pratica più adatta per raccontare delle storie. Siamo noi che quando guardiamo delle fotografie cerchiamo di tessere una trama. E quindi il mio tentativo di racconto non è tanto sulla pratica o sul mondo dello skate, ma sul modo in cui guardiamo le cose attraverso la fotografia.