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Tricks and Falls, tre domande a Michele Buda


Metronom: Il movimento, l’azione, la figura non sono mai stati un punto centrale della tua ricerca, come nasce e come si è sviluppata la serie Skatepark?

Michele Buda: Questa ricerca nasce casualmente, nel senso che mi ci sono ritrovato perché accompagnavo mio figlio piccolo in uno Skatepark. Mentre facevo delle fotografie durante le sue evoluzioni ho capito che potevo provare a sviluppare un progetto sul mondo degli skaters. Il mezzo usato (una digitale 35mm) mi ha portato ad usarlo per quello che è stato principalmente progettato: la fotografia d’azione.
Nella serie ci sono anche delle immagini di parti della pista, è qui che ho cercato un collegamento con il mio lavoro precedente, anche se ho fotografato questi oggetti con la fotocamera settata e usata come se fossero degli snapshot.

M: Le fotografie di Skatepark non sembrano fotografie sportive e nemmeno riconducibili al genere di lavoro che molti autori hanno realizzato documentando le comunità skate, penso a Ari Marcopoulos o Ed Templeton, solo per citare due nomi, quanto conta lo skate in queste fotografie?

MB: E’ vero, ho cercato di evitare di fare delle fotografie sportive: per lo più sono fotografie di errori o salti disarticolati. Non compare mai il paesaggio circostante o il cielo che avrebbe aggiunto enfasi al gesto, ci sono solo delle figure schiacciate su una superficie che compare solo perché viene usata per le loro evoluzioni.
Gli autori che citi sono coinvolti direttamente col mondo degli skaters. Per me e per il mio modo di fotografare invece questo mondo, questi luoghi sono essenzialmente un pretesto. Quello che mi interessa della pratica dello skatebording è la continua insistenza a provare e riprovare gli stessi gesti, le stesse figure alla ricerca dell’esercizio perfetto. E a un livello di perfezione, o almeno ad avvicinarsi, si può arrivare  solo dopo molte e molte prove e cadute. E’ un atteggiamento che, ovviamente, mi piace assimilare alla pratica della fotografia.

M: Tricks and Falls è anche un libro fotografico in uscita a breve, quanto c’è di narrativo nel lavoro che proponi?

MB: Il libro è ovviamente diverso dalla mostra e in effetti ho cercato di dare una certa qualità narrativa alla sequenza del libro, ma nonostante questo tentativo rimango convinto che la fotografia non è la pratica più adatta per raccontare delle storie. Siamo noi che quando guardiamo delle fotografie cerchiamo di tessere una trama. E quindi il mio tentativo di racconto non è tanto sulla pratica o sul mondo dello skate, ma sul modo in cui guardiamo le cose attraverso la fotografia.

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