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Archivi Mensili: novembre 2012

Sull’acquisto dei libri.


1) Non acquistare i libri per leggerli questa sera. Ma acquista solo quei libri che, anche questa sera, avresti voluto sfogliare. A volte ho acquistato libri pensando che in futuro mi avrebbero interessato. E me ne sono pentito. Da allora penso sempre alla ipotesi della sera.

2) Fidati degli aspetti cosiddetti superficiali: la copertina, la grafica, l’impaginazione, il titolo. Parlano come certe etichette sobrie di vini nobili. Mi è accaduto, seguendo le apparenze, di scegliere al buio e di scoprire per questa via autori, libri, editori. Sono solo i superficiali, diceva Wilde, che non si fidano della prima impressione.

3) Tra un libro di Einstein e un libro su Einstein scegli il primo. C’è più da imparare dalla oscurità di un maestro che dalla chiarezza di un discepolo. Gli scopritori di continenti hanno disegnato contorni sempre imprecisi delle coste, che oggi qualsiasi agenzia turistica è in grado di correggere. Preferisco chi ha scoperto i continenti.

4) se un libro ti attira veramente, non badare al prezzo. E’ il modo più sicuro di fare debiti, ma anche per evitare le recriminazioni di una vita. Il rammarico per un acquisto sbagliato è niente in confronto all’angoscia per un acquisto mancato.

5) Rinvia i propositi di moderazione alla chiusura di ogni mostra, asta, e occasioni simili, così come i propositi di dieta alla fine di ogni pranzo. E parti da un progetto di spesa più elevato del ragionevole, così avrai la sensazione di avere risparmiato.

G. Pontiggia, in Le sabbie immobili, Mondadori, Milano 2007

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Il fine dell’arte.


Per risuscitare la nostra percezione della vita, per rendere sensibili le cose, per fare della pietra una pietra, esiste ciò che noi chiamiamo arte. Il fine dell’arte è di darci una sensazione della cosa, una sensazione che deve essere visione e non solo riconoscimento. Per ottenere questo risultato l’arte si serve di due procedimenti: lo straniamento delle cose e la complicazione della forma, con la quale tende a rendere più difficile la percezione e a prolungarne la durata. Nell’arte il processo di percezione è infatti fine a se stesso e deve essere protratto. L’arte è il mezzo per esperire il divenire di una cosa; per essa ciò che è stato non ha alcuna importanza.

V. Sklovskij in Una teoria della prosa, trad. di C. Ginzburg in Occhiacci di legno, Milano, Feltrinelli 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

A. Elgar Companion (3), 2011

L’intervallo perduto.


Auspicare la presenza di una pausa, d’un intervallo nell’accoglimento dell’opera [d’arte, n.d.r.] non significa affatto ricondurre la stessa a una situazione elitaria, di isolamento dalla grande massa dei “consumatori”; ma ammettere la necessità d’una zona neutra che la differenzi dall’ambiente circostante e la particolarizzi. E non significa neppure bandire ogni approccio immediato all’opera, ma soltanto renderlo più consapevole e più specialistico.
E’ opportuno altresì non confondere quella che dovrebbe essere un’informazione estetica con una qualsivoglia informazione “semantica”. Troppo spesso si trascura di tener conto del fatto che l’informazione trasmessa dall’opera d’arte contiene un messaggio che è carico, oltre che di dati “significanti”, anche di dati irrazionali, difficilmente concettualizzabili, di quello che è anche stato definito il visual thinking. Questo genere di informazioni necessitano ovviamente di una diversa “dimensione sensoriale” di quella adatta a ricevere i comuni messaggi “informativi” e non può sottostare a quelle che sono le regole adatte a decriptare i dati meramente conoscitivi.

 

 

 

 

 

 

 

Gillo Dorfles, in L’intervallo perduto, p.14, Ginevra-Milano, Skira 2006

Le COSEsalve di Alberta Pellacani


Il titolo COSEsalve allude a una dimensione quasi vitale delle cose, come una sorta di vita autonoma indipendente e parallela a quella degli esseri umani. Guardando il video si ha quasi la sensazione che tu le abbia anche lasciate parlare, le cose, si può dire così?

Sono ancora coinvolta in questo lavoro, sono passati quattro mesi e posso dirti che le COSE ancora parlano, o perché sono state perse per sempre o perché le guardi le utilizzi e dicono di com’era la tua vita, i tuoi pensieri prima degli eventi sismisci di maggio scorso. Ciò che è successo ha coinvolto persone e paesi su un territorio di 70 chilometri con una devastazione materiale e soprattutto interiore notevole. Le COSE e le forme di pensiero che naturalmente di sedimentano nel corso della vita, hanno parlato attraverso le persone facendo emergere un’ interiorità sconosciuta, alla luce di una scelta che sembrava poter essere solo una fatalità remota: salvarle o perderle per sempre

L’uomo, le donne, la comunità per usare una parola, è al centro di molta tua ricerca recente, che spesso cerca un dialogo con lo spettatore/fruitore. Si parla spesso di arte pubblica, insomma. COSEsalve come si colloca all’interno di questo percorso?

Una parte del mio lavoro si dà, quando avvengono le giuste circostanze e il giusto contesto, come forma d’azione o di arte pubblica: come UUU UnaUnicaUnità, oppure il recente CUORIstorici. In questo ambito il pubblico porta a compimento l’intervento lasciando un segno diretto in un determinato tempo e luogo. COSEsalve è la mia prima esperienza di contatto con le persone di una comunità che avevano vissuto collettivamente un evento drammatico. Io stessa ne sono stata coinvolta direttamente.. nei primi mesi c’era un fiume umano di persone disorientate che parlavano sempre e solo di ciò che stava succedendo. Tutto era cambiato. La mia personale riflessione sul rapporto con le COSE è diventata la ‘chiave’ di un pensiero che si apriva a riflessioni interiori condivise, incontro dopo incontro. Mi sono resa conto che tutti avevano qualcosa da salvate che assumeva il valore simbolico di una zattera in un naufragio; qualcosa da cui ripartire.  Il video, che non è un documentario, mette in luce una forma di pensiero e relazione con le COSE condiviso da una comunità, evidente ancora oggi a ogni proiezione.

L’arte, così come la scrittura, per certi autori deve partire, riferendosi a Sklovskij, da un processo di straniamento. E’ stato possibile per te, nel caso di COSEsalve partire da questo punto fermo metodologico, visto il diretto e reale coinvolgimento? Penso ad esempio al fatto della conoscenza diretta di molte persone che hai fatto parlare nel video.

Il processo di straniamento esiste sempre. Io sono un imbuto, in ogni momento. Poi ci sono circostante, osservazioni che attivano tutto il processo creativo… elaborazioni e sentire, e sintesi finché tutto è chiaro. Ho vissuto il primo mese post sisma come dentro a una ‘bolla’, ciò che era ‘normale’ era diventato qualcosa di sconosciuto, opaco. E’ stata la partecipazione ad una inaugurazione che ha fatto scattare il processo del progetto e , tu ancora non lo sai, ma l’inaugurazione era quella in Metronom il 20 giugno scorso quando ho conosciuto tra i visitatori Antonella Monzoni che mi chiese la situazione, e nel parlare tutto è cominciato. Quella notte ho scritto il progetto, ho coinvolto Antonella e poco tempo dopo io facevo le riprese e lei le fotografie. COSEsalve è stata una necessità; dare voce a persone che non conoscevo  era come scrive su un foglio bianco, ero più libera dal coinvolgimento ma con un maggior senso d’inadeguatezza per come avrei trattato successivamente il materiale. Devo dire che la forma del montaggio che ho fatto tenendo a mente di come si dipinge un acquerello, è diventato quasi un linguaggio fatto di neri, di buchi, di sporcature e sovrapposizioni che funzionano.