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Le COSEsalve di Alberta Pellacani


Il titolo COSEsalve allude a una dimensione quasi vitale delle cose, come una sorta di vita autonoma indipendente e parallela a quella degli esseri umani. Guardando il video si ha quasi la sensazione che tu le abbia anche lasciate parlare, le cose, si può dire così?

Sono ancora coinvolta in questo lavoro, sono passati quattro mesi e posso dirti che le COSE ancora parlano, o perché sono state perse per sempre o perché le guardi le utilizzi e dicono di com’era la tua vita, i tuoi pensieri prima degli eventi sismisci di maggio scorso. Ciò che è successo ha coinvolto persone e paesi su un territorio di 70 chilometri con una devastazione materiale e soprattutto interiore notevole. Le COSE e le forme di pensiero che naturalmente di sedimentano nel corso della vita, hanno parlato attraverso le persone facendo emergere un’ interiorità sconosciuta, alla luce di una scelta che sembrava poter essere solo una fatalità remota: salvarle o perderle per sempre

L’uomo, le donne, la comunità per usare una parola, è al centro di molta tua ricerca recente, che spesso cerca un dialogo con lo spettatore/fruitore. Si parla spesso di arte pubblica, insomma. COSEsalve come si colloca all’interno di questo percorso?

Una parte del mio lavoro si dà, quando avvengono le giuste circostanze e il giusto contesto, come forma d’azione o di arte pubblica: come UUU UnaUnicaUnità, oppure il recente CUORIstorici. In questo ambito il pubblico porta a compimento l’intervento lasciando un segno diretto in un determinato tempo e luogo. COSEsalve è la mia prima esperienza di contatto con le persone di una comunità che avevano vissuto collettivamente un evento drammatico. Io stessa ne sono stata coinvolta direttamente.. nei primi mesi c’era un fiume umano di persone disorientate che parlavano sempre e solo di ciò che stava succedendo. Tutto era cambiato. La mia personale riflessione sul rapporto con le COSE è diventata la ‘chiave’ di un pensiero che si apriva a riflessioni interiori condivise, incontro dopo incontro. Mi sono resa conto che tutti avevano qualcosa da salvate che assumeva il valore simbolico di una zattera in un naufragio; qualcosa da cui ripartire.  Il video, che non è un documentario, mette in luce una forma di pensiero e relazione con le COSE condiviso da una comunità, evidente ancora oggi a ogni proiezione.

L’arte, così come la scrittura, per certi autori deve partire, riferendosi a Sklovskij, da un processo di straniamento. E’ stato possibile per te, nel caso di COSEsalve partire da questo punto fermo metodologico, visto il diretto e reale coinvolgimento? Penso ad esempio al fatto della conoscenza diretta di molte persone che hai fatto parlare nel video.

Il processo di straniamento esiste sempre. Io sono un imbuto, in ogni momento. Poi ci sono circostante, osservazioni che attivano tutto il processo creativo… elaborazioni e sentire, e sintesi finché tutto è chiaro. Ho vissuto il primo mese post sisma come dentro a una ‘bolla’, ciò che era ‘normale’ era diventato qualcosa di sconosciuto, opaco. E’ stata la partecipazione ad una inaugurazione che ha fatto scattare il processo del progetto e , tu ancora non lo sai, ma l’inaugurazione era quella in Metronom il 20 giugno scorso quando ho conosciuto tra i visitatori Antonella Monzoni che mi chiese la situazione, e nel parlare tutto è cominciato. Quella notte ho scritto il progetto, ho coinvolto Antonella e poco tempo dopo io facevo le riprese e lei le fotografie. COSEsalve è stata una necessità; dare voce a persone che non conoscevo  era come scrive su un foglio bianco, ero più libera dal coinvolgimento ma con un maggior senso d’inadeguatezza per come avrei trattato successivamente il materiale. Devo dire che la forma del montaggio che ho fatto tenendo a mente di come si dipinge un acquerello, è diventato quasi un linguaggio fatto di neri, di buchi, di sporcature e sovrapposizioni che funzionano.

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