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Archivi Mensili: marzo 2013

Ma dal battito del nostro cuore noi siamo sospinti più in giù


Ma dal battito del nostro cuore noi siamo sospinti più in giù, verso il fondo, l’origine. Ciò che da questo impulso nasce- si chiami come si vuole: sogno, idea, fantasia- è da prendere in seria considerazione solo se si unisce agli adeguati mezzi figurativi, in una sintesi integrale. Allora quelle stranezze divengono realtà – realtà dell’arte che rendono l’esistenza un po’ più ampia di quanto comunemente non appaia: che esse non riproducono soltanto, con maggiore o minore vivacità, ciò che si era visto, ma rendono percepibili occulte visioni.

Paul Klee

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Le regole di un gioco


Le semplici leggi formali dell’arte non sono per loro natura diverse dalle regole di un gioco. Per quanto esse possano essere complicate ed escogitate con ingegno e perizia, esse, in sé e per sé, cioè indipendentemente dallo scopo di vincere il gioco, sono più o meno prive di senso. Le manovre dei giocatori di calcio, a considerarle soltanto come movimenti, non sono soltanto incomprensibili ma anche noiose. La loro velocità e abilità si possono gustare sì, per un certo tempo e anche per se stesse, ma queste prestazioni hanno un peso ben leggero in rapporto a quelle che sa apprezzare chi conosce perfettamente il vero scopo di tutto quel correre, saltare e urtarsi. Se noi non sappiamo niente o non vogliamo sapere niente del fine che l’artista persegue, il fine di insegnare, di persuadere e di esercitare un’influenza, la sua arte non ci dirà molto di più di quanto il gioco del calcio non dica all’incompetente che giudica la bellezza del movimento dei giocatori. L’opera d’arte, nella sua forma più alta, è un messaggio, e se anche coloro che sostengono che condizione preliminare della felice trasmissione del messaggio sia la forma efficace, piacevole, perfetta hanno senza dubbio ragione, tuttavia non meno ragione hanno gli altri, che negano il senso di tale forma senza un messaggio che sia alla base di essa.

A. Hauser in Le teorie dell’arte, Einaudi, Torino 1969

 

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Michele Buda, Jurassik Skatepark, Cesena, 2010

L’utopia del villaggio


Per cominciare saremmo stati compagni di scuola del postino.
Sapremmo che il miele del maestro è più buono di quello del capostazione (no, non ci sarebbe più un capostazione, ma solo un casellante: da molti anni oramai i treni non fermerebbero più, una linea di autobus li avrebbe sostituiti, ma ci sarebbe ancora un passaggio a livello non ancora automatizzato).
Sapremmo se minaccia di piovere guardando la forma delle nuvole sopra la collina, conosceremmo i posti dove ci sono ancora i gamberi, ci ricorderemmo dell’epoca in cui il meccanico ferrava i cavalli (esagerare un po’, fino ad avere quasi voglia di crederci, non troppo però…) .
Naturalmente conosceremmo tutto di tutti. Tutti i mercoledì il salumiere di Dampierre strombazzerebbe davanti a casa per portarci le salsicce. Tutti i lunedì la signora Blaise verrebbe a fare il bucato.
Andremmo coi bambini a cogliere le more lungo i viottoli di campagna; li accompagneremmo per funghi; li manderemo a cercare lumache.
Staremo attenti al passaggio della corriera delle sette. Ci piacerebbe sedere sulla panchina del paese, sotto l’olmo centenario, di fronte alla chiesa.
Andremmo per i campi con le scarpe alte e un bastone a punta ferrata con l’aiuto del quale decapiteremmo le malerbe.
Giocheremmo a carte con la guardia campestre.
Andremmo a far legna nel bosco comunale.
Sapremmo riconoscere gli uccelli dal loro canto.
Conosceremmo tutti gli alberi del nostro frutteto.
Aspetteremmo il ritorno delle stagioni.

G. Perec in Specie di Spazi, Bollati Boringheri, Torino 1989

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Andrea Botto, KA-BOOM, serie

Autoritratto attraverso le cose e figure del mondo


In una celebre e fulminea parabola Borges parla di un pittore che dipinge paesaggi; regni, montagne, isole, persone. Alla fine della sua vita si accorge di aver dipinto, in quelle immagini, il suo volto; scopre che quella rappresentazione della realtà è il suo autoritratto. La nostra identità è il nostro modo di vedere e incontrare il mondo: la nostra capacità o incapacità di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e di cambiarlo. Si attraversa il mondo e le sue figure, sulle quali si fissa lo sguardo, ci rimandano come specchi la nostra immagine, le nostre immagini che, man mano si avanza verso la meta finale del viaggio, restano indietro, appartengono via via a un tempo più nostro, relitti che si accumulano nel passato.

C. Magris in W. Benjamin, Immagini di città, Einaudi, Torino 2007

 

CALIBAN

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Melissa Moore, Sweet Airs, 2012

Manifesto del terzo paesaggio


Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di una attività umana subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati delle coltivazioni, là dove le macchine non passano. Copre superfici di dimensioni modeste, disperse, come gli angoli perduti di un campo; vaste e unitarie, come le torbiere, le lande e certe aree abbandonate in seguito a una dismissione recente. Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata.

G. Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005