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Archivi Mensili: maggio 2013

Paesaggi


Creo paesaggi naturali (landscapes) o paesaggi urbani (cityscapes), a seconda dei casi, per studiare processi di insediamento e per cercare di spiegare a me stesso che tipo di immagine (o di fotografia)  sia quella che chiamiamo “paesaggio”. Ciò mi consente anche di riconoscere gli altri tipi di immagine con i quali il paesaggio ha delle necessarie connessioni o gli altri generi che un paesaggio può celare all’interno di se stesso.

J. Wall in Scritti sull’arte e la fotografia, Quodlibet, Macerata 2013

 

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Coastal Motifs, 1989 © Jeff Wall

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Predizione


Si è concretizzata la predizione del poeta Paul Valéry: “Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi ci lasciano”.

D. Harvey in “La crisi della modernità”, Il saggiatore, Milano 1993

Sul guardare


E’ opinione diffusa che, se una persona si interessa di immagini, il suo interesse debba limitarsi a una tecnica, al modo di trattarle. Così il campo del visivo è diviso in specifiche categorie d’interesse: pittura, fotografia, immagini reali, sogni e così via. Quel che si dimentica – come tutte le culture positiviste fanno con tutte le questioni essenziali – sono il significato e l’enigma della stessa visibilità.

J. Berger, Sul guardare, Bruno Mondadori, Milano 2009

 

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

Ruth van Beek, Artefacten, 2009

Surrogati di presenza


Si potrebbe dire, riprendendo Benjamin, che i media sottraggono al presente la sua aura per sostituirla con una patina. In realtà quello che fanno è dare un costante frame al presente: lo inquadrano, lo incorniciano, non sfuggono al desiderio profondo di metterlo sotto vetro. Il fatto che i telefonini siano diventati depositi di foto, il fatto che, per esempio, sia diventato normale nei posti pubblici mostrare agli amici le foto che possediamo o che abbiamo appena scattato con un telefono o una camera digitale, ci racconta che esiste una deriva di “albumizzazione” del presente. Il nostro presente è una collezione di trofei, un tagliare il collo non al cinghiale o al cervo cacciato, ma alla continuità insostenibile e inesauribile della vita. I media scandiscono, “scannerizzano” la vita, trasformano le forme di vita in forme fruibili. Al fondo di questa pretesa c’è un paradosso: per vivere la vita non bisogna fruirne, perché la vita non “serve” (mentre i media sì), non è fruibile, ma è solo vivibile, noi siamo la vita, non i suoi spettatori, o meglio, non solo i suoi spettatori.

F. La Cecla in Surrogati di presenza, Bruno Mondadori, Milano 2006

 

Senza titolo def

 

 

 

 

 

Martina della Valle, Time Dust (installation view), 2011