Just another WordPress.com site

Archivi Mensili: ottobre 2013

Scherzi


Scherzi. Bisogna sempre escogitarne quando si fa una scampagnata con delle signore.

Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, Milano, Adelphi 2009

aaaaaaa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Nan Goldin, C.Z. and Max on the Beach, Truro, Massachussetts, 1976

Annunci

Cappelli e fotografia


Generalizzando molto, potremmo dire che in fotografia la storia delle donne e dei cappelli è la storia del glamour, della moda. La storia degli uomini e dei cappelli, invece, è la storia del realismo, della durevolezza (opposta alla transitorietà della moda).

Geoff Dyer, L’infinito istante, Torino, Einaudi 2007

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Modonese Palumbo,  photo by Jacopo Benassi

I fattori che intralciano la critica d’arte


Sono numerosi i fattori che intralciano la critica d’arte. Non essendo richiesti dai musei, né tollerati dal mercato, alcuni critici si sono ritirati nelle università, mentre altri si sono inseriti nell’industria culturale, nei media, nella moda e così via. Non si tratta di un giudizio morale: anche se ci limitiamo al periodo preso in analisi in questo libro, i pochi spazi una volta riservati alla critica d’arte risultano drammaticamente ridotti, e i critici hanno seguito le orme degli artisti  costretti a barattare l’attività critica con la sopravvivenza economica. Questo doppio riposizionamento non ha giovato: se alcuni artisti hanno abbandonato l’attività critica, altri hanno adottato posizioni teoriche come se fossero critici “readymade”, così come certi teorici che hanno ingenuamente abbracciato posizioni artistiche. Se da una parte gli artisti speravano di essere elevati dalla teoria, i teorici speravano di toccare terra grazie all’arte. Spesso queste due scelte implicavano due errori di valutazione: che l’arte non fosse già abbastanza teorica, che non producesse posizioni critiche, e che la teoria fosse semplice integrazione da applicare o meno a seconda dei casi. Il risultato è che a livello formale ci sono poche differenze, ad esempio, tra le descrizioni delle estetiche mercantili nell’arte della fine degli anni Ottanta e quelle delle politiche di genere all’inizio degli anni Novanta. E spesso questi fraintendimenti, credere che l’arte non sia a suo modo teorica e/o politica, o che la teoria sia ornamentale ed estranea alla politica, mettono fuori gioco l’arte teorica e politica.

Hal Foster, Il ritorno del reale. L’avanguardia alla fine del Novecento, Milano, Postmedia 2006, pp. 13-14

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©Maurizio Cattelan, A perfect day, 1999

Patate lesse e riso in bianco


69. Foto diabolica di mio padre. A Bologna non ha preso l’insegnamento al Dams perché a Bologna si mangia male, diceva, è un posto di patate lesse e riso in bianco. Era stato chiamato al Dams con i buoni auspici di Luciano Anceschi, a cui scrive, poverino: «grazie, ma non ce la faccio, non ce la faccio proprio, non posso, non chiedermi questo, si mangia troppo male». E gli scrive poi anche in un’altra lettera: «e tu, voglioso gourmet, ti stai ancora strafogando di patate lesse e di riso in bianco?». Come per dire: mangiati tu ‘sta roba.

Album fotografico di Giorgio Manganelli. Racconto biografico di Lietta Manganelli, a cura di Ermanno Cavazzoni, Macerata, Quodlibet 2010

st

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© Candida Höfer, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio a Bologna III, 2006

Una direzione opposta a quella del reportage


Come fanno i fotografi a muoversi da una critica del fare immagini che implica la perdita del potere documentario della fotografia a una pratica che utilizza strategie artistiche per conservarne la rilevanza sociale? Trovatasi di fronte al vuoto lasciato dalla diminuzione di commissioni di progetti documentari e dall’usurpazione di ruolo da parte di televisione e media digitali, che sono diventati i più veloci diffusori di informazione, la risposta della fotografia è stata quella di scorgere una risorsa nelle differenti tendenze e nei diversi contesti offerti dall’arte.

La maggior parte degli artisti che lavorano con la fotografia hanno assunto una posizione che va in direzione opposta a quella del reportage: rallentando i tempi di realizzazione delle immagini, tenendosi al di fuori del cuore e dell’azione e arrivando dopo il momento cruciale di un evento. […] Anche il soggetto è cambiato: invece di trovarsi coinvolti nel caotico svilupparsi di un avvenimento o vedere da vicino il dolore e la sofferenza delle persone, i fotografi scelgono piuttosto di rappresentare ciò che è rimasto come conseguenza di queste tragedie, realizzandolo spesso con stili che propongono un punto di vista molto caratterizzato.

Charlotte Cotton, La fotografia come arte contemporanea, Torino, Einaudi 2010

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

©Paola De Pietri, Prè de Padon, 2008-2011

Un turista dello straordinario


Per l’universo razionale accade come per l’effetto di realtà. Guardare da un lato, sempre da un lato, rifiutare la fissità dell’attenzione, trarre dall’oggetto il contesto, sfuggire alle abitudini, all’assuefazione, sembra essere diventato impossibile. Il mondo percepito non è più considerato degno di interesse, oramai teatralmente esumato, analizzato, epurato dai saccheggiatori di tombe. Scorrendo una collezione di fotografie che vanno dal secolo scorso ai nostri giorni, nella successione degli scatti non solo percepiamo il mondo che sta per passare e succedere a se stesso, ma soprattutto assistiamo all’attenuarsi del nostro interesse per questo mondo. Il fotografo, inizialmente interessato essenzialmente all’anonimato del quotidiano, all’ordinario, e divenuto quindi un turista dello straordinario, delle distruzioni e degli avvenimenti, si sforza infine di copiare i quadri di genere, si consacra ai viaggi, all’esotismo, alla cronaca, ma uno dopo l’altro tutti questi punti di attrazione spariscono. […] il fotografo, completamente indifferente, sembra oramai incapace di trovare qualche cosa di nuovo da fotografare.

Paul Virilio, Estetica della sparizione, Napoli, Liguori 1992, p.39

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©Simone Bergantini, Addiction, 2013

A sostegno dei miei ricordi


La mia infanzia è tra le cose di cui so di non sapere un granché. Eppure è alle mie spalle, è il terreno su cui sono cresciuto, mi è appartenuta nonostante l’ostinazione con cui affermo che non mi appartiene più. Ho a lungo cercato di aggirare o di nascondere l’evidenza, trincerandomi nell’innocua condizione dell’orfano, del mai nato, del figlio di nessuno. Ma l’infanzia non è nostalgia, e neanche terrore o paradiso perduto o Vello d’oro, al contrario è forse orizzonte, punto di partenza, insieme di coordinate che potranno dare un senso alle direttrici della mia vita. Anche se a sostegno dei miei ricordi confusi non ho che alcune fotografie ingiallite, scarne testimonianze e documenti di poco conto, mi ritrovo costretto a evocare quanto ho per troppo tempo chiamato l’irrevocabile; quello che è stato, che si è interrotto, che fu concluso: quello che probabilmente è stato per non essere più, ma anche quello che è stato perché io continui a essere.

Georges Perec, W o il ricordo d’infanzia, Torino, Einaudi 2005.

Senza-titolo

 

 

 

 

 

 

Martina della Valle, Time Dust, 2011

La macchina della cultura


La macchina della cultura, muovendosi per imitazione simulata, cioè secondo la logica dell’automa, evoca l’origine per muoverla a proprio vantaggio; nel contempo fa muovere i membri della comunità, assoggettandoli al lavoro sociale del rito, del mito e del sacrificio, della legge e della festa: così ne «normalizza» il comportamento secondo la (sognata) volontà dell’origine, cioè secondo la logica del fantasma. Questa è da sempre la comunità degli umani. La macchina della cultura, la sua macchinazione come grande simulazione fantasmatica dell’origine, non è passibile di giudizio, poiché è al di là del bene e del male, o piuttosto alla loro origine; è il pathos dell’umano, che nel contempo, sprofondando sempre di nuovo nell’indifferenza dell’origine assente, si rivela come nulla: perciò è eminentemente «patetico».

Carlo Sini, L’uomo, la macchina, l’automa, Torino, Bollati Boringhieri, 2009

Senza-titolo1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©Taisuke Koyama, Untitled (Burnt), 2007

Dalla serie Entropix, 2006-2009