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Archivi Mensili: novembre 2013

Certe scelte di oggetti


L’artista vive relegato in un presente assolutamente circoscritto che non conosce il desiderio e la possibilità del futuro, e per questo declassa, attraverso la pratica quotidiana, la storia alla pura terribilità della cronaca. E se la cronaca è una fitta rete di circostanze ossessionanti e banali, allora qualsiasi oggetto, anche l’oggetto umile e banale, acquista una funzione apotropaica e magica, di esorcizzazione del proprio malessere e di esercizio della propria smania, comunque, di vivere.  Anche l’aspetto feticistico di certe scelte di oggetti testimonia la presenza di questa libido, intesa come slancio vitale, che finisce con il risolversi su se stessa arroccandosi in situazioni isolate e disperate, invece di esercitarsi in una continuità di rapporto con il mondo.

Achille Bonito Oliva, Persona 2000 (il mondo è fatto della stessa stoffa del corpo) in , Appearance, a cura di Achille Bonito Oliva e Danilo Eccher, Milano, Charta 2000

 

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

©Tacita Dean, Day for Night, 2009 (video still)

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Genericità


La città contemporanea è come l’aeroporto contemporaneo («tutti uguali») E’ possibile definire teoricamente questa convergenza? E in caso affermativo, a quale configurazione ultima tende? La convergenza è possibile solo a patto di spogliarsi dell’identità. Ciò viene di solito considerato come una perdita. Ma alla scala in cui si verifica, deve avere un significato. Quali sono gli svantaggi dell’identità e, inversamente, quali sono i vantaggi della neutralità? E se questa omogeneizzazione apparentemente accidentale (e di solito compianta) fosse un processo intenzionale, un movimento cosciente dalla differenza alla similitudine? E se fossimo di fronte a un movimento di liberazione planetario: «Abbasso il carattere!»? Che cosa rimane una volta deposta l’identità? la Genericità?

Rem Koolhaas, Junkspace, Macerata, Quodlibet 2006

 

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© Olivo Barbieri, Via Gaspare Tribraco, Modena, 1994

Casa-museo


La città della mia infanzia era una fotografia in bianco e nero, un mondo semibuio e grigio, almeno io me la ricordo così, anche perché da sempre mi hanno attratto gli interni delle abitazioni, nonostante sia cresciuto nell’oscurità di una deprimente casa-museo. Le strade, i viali e i quartieri lontani mi sembravano luoghi pericolosi, usciti da film di gangster in bianco e nero.

Orhan Pamuk, Istanbul, Torino, Einaudi 2006

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

©Martha Rosler, Cleaning the Drapes from the series House Beautiful: Bringing the War Home, 1967-72

Dimostrazione e supposizione


Anche se in fotografia lo status naturale del contenuto è più solido che in ogni altra arte rappresentativa, la pluralità stessa delle situazioni nelle quali le fotografie vengono guardate complica e alla lunga infirma il primato del contenuto stesso. Il conflitto d’interesse tra obiettività e soggettività, tra dimostrazione e supposizione è irresolubile. Mentre l’autorità di una fotografia dipende sempre dal suo rapporto con un soggetto (dal fatto che è la fotografia di qualcosa) , tutti i discorsi sulla fotografia come arte devono porre l’accento sulla soggettività della visione. Alla base di tutte le valutazioni estetiche delle fotografie c’è questa ambiguità, che spiega il cronico atteggiamento di difesa e l’estrema mutabilità del gusto fotografico.

Susan Sontag, Sulla fotografia, Torino, Einaudi 1992

 

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©Thomas Struth, Audience 7, Florence 2004

il tipico atteggiamento da fotografo


Anche se sono approdato alla fotografia da pittore o aspirante artista, in breve ho acquisito il tipico atteggiamento da fotografo per cui si ripetono più volte le stesse azioni. C’è bisogno della fotografia di un albero? Ne scatto dieci e le metto tutte insieme. Non sapevo come fare per innescare la poesia che collega immagini diverse. Temevo di mettere in sequenza immagini distanti tra loro. Quando ho iniziato a fotografare nei bar, per timore che il mio lavoro diventasse troppo ‘documentario’, ho cominciato a seguire una sorta di flusso di coscienza. Le immagini venivano combinate secondo un sistema di associazioni che ricordava l’andamento di un sogno. Così ho realizzato una mostra, qui in Minnesota. Mi piaceva, ma c’era qualcosa che non funzionava… a tutti rimanevano impresse sempre le stesse fotografie di un gregge di pecore, ma non le altre.

Alec Soth con Francesco Zanot, Conversazioni intorno a un tavolo, Roma, Contrasto 2013

 

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