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Archivi Mensili: gennaio 2014

Tre domande a Esther Mathis


METRONOM: Ambiente, fenomeno naturale, registrazione, sono tre concetti che sembrano fondanti del tuo lavoro, si può rintracciare una gerarchia, un punto di avvio tra questi per la tua ricerca?

ESTHER MATHIS: Cerco sempre di analizzare quello che mi circonda per capire meglio, perché vedo o sento certe cose. Ognuno di noi ha una differente percezione del mondo, che viene tra altre cose influenzata dalle nostre esperienze. Per questo ho iniziato a escludere la possibilità di trovare un linguaggio che vale per tutti; invece cerco di analizzare le cose che ci circondano con un metodo più scientifico, che forse mi riesce a dare delle risposte anche alle domande più personali che parlano di relazioni e sentimenti.

 

M:Per una attività di ricerca, di registrazione, il risultato quasi al limite dell’astrazione che caratterizza il tuo lavoro può sembrare un controsenso, il dato dovrebbe essere leggibile… è davvero così?

EM: Le immagini hanno la particolarità che possono aprire delle porte dentro le persone che le guardano. E per ognuno saranno porte diverse. O magari anche nessuna. Questa loro carattere di indefinitezza vorrei proprio lasciare non sfiorato o mutato. Metto in campo due tipi di ricerca: uno è un tentativo di trovare un’immagine interiore nella natura che poi è spesso in forma di un paesaggio. Anche se la sua forma è visibile e ben definito lascia spazio all’osservatore di interpretarlo fino ad un certo punto, utilizzando la propria esperienza. In altri casi parto da una ricerca molto esatta, precisa, per catturare degli indizi o residui. Seguo poi questi indizi, e a volte mi portano ad un risultato totalmente astratto come il lavoro dei portanegativi. In questo secondo caso l’osservatore è invitato a rintracciare la mia ricerca proprio perché il lavoro finale é astratto e si mostra al primo sguardo come una cosa che non è. Cerco sempre di attirare l’attenzione della persona che guarda per poi provocare una reazione. Mi concentro più su cosa provocano le mie opere che su cosa sono.

 

M:La presentazione del tuo lavoro è spesso un insieme di tecniche diverse, c’è molta competenza e cura per ciò che riguarda la resa l’immagine, sia fotografica che video, allo stesso tempo però l’installazione è altrettanto importante per una lettura completa delle opere, è una pratica che trovi attuale nel modo di interpretare l’immagine contemporanea o è la risposta a una tua esigenza precisa?

EM: Vengo dal mondo della fotografia ma sono sempre stata brava a costruire cose. L’uso delle tecniche diverse viene da esigenze varie che richiedono alcuni lavori. A volte serve la registrazione di tempo per visualizzare un momento, un processo. E in un caso cosi mi adatto al progetto e uso video. Come questo esempio vale anche per le istallazioni e le fotografie. Ogni progetto ha una sua forma e mi costringe di usare il medium adatto.

 

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©Esther Mathis – untitled 01 – gelatin silver print of a hair sample.

 

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Parliamo di bellezza del paesaggio


In passato la società ha sovente vissuto con un certo disagio il suo rapporto con l’industria. Era chiaro in origine, e lo è tutt’ora, che l’industria risponda a un nostro bisogno, rappresenti un enorme beneficio, crei prosperità e ci renda la vita più facile. Ma in quali termini ne parliamo?
E’ evidente per tutti come il piacere per le cose belle sia fortemente radicato nella nostra società. Parliamo di bellezza del paesaggio, di belle arti, di moda, di bella gente, di belle auto. Al contrario si parla meno volentieri quando ci si riferisce a processi di produzione. E’ come se una immagine ricorrente, evocata dall’industria pesante di un tempo, incombesse ancora oggi sull’intera branca della produzione industriale. Così, se da un lato discutiamo di buon grado di risultati straordinari e prodotti eccezionali, dall’altro si tende a sorvolare sulle difficoltà a cui la produzione e i produttori vanno incontro. E in alcune circostanze si allude all’industria come alla zona d’ombra della società.

Urs Stahel, Mondi industriali 014, Bologna, MAST, 2014

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©Bernd und Hilla Becher,  Zeche Concordia, Oberhausen, Ruhrgebiet, D 1967

Corrispondenze


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La politica


 La politica è una prassi orientata dalla forza e dalla possibilità dell’uso della coazione. Ma essere uomini implica l’autolimitazione della forza attraverso la legge, il diritto e il contratto. Dove la forza non ammette alcuna limitazione, non resta che opporvisi mediante l’impiego altrettanto incondizionato delle proprie forze. Combattere contro i draghi senza diventarlo noi stessi e senza perdere la forza di dominarli: tale è il problema destinale dell’umanità odierna.

La politica è divenuta per molti uomini un assoluto. Quando essi sono spinti dalla passione per il potere, si giustificano ai propri occhi solo se appartengono a una grande forza, e rispettano gli altri solo in base alla forza che hanno alle spalle. Tutto il resto è chiacchiera. Il linguaggio è per tali uomini essenzialmente un mezzo per ottenere o confermare il potere sugli altri, il loro pensiero è capzioso, sofistico, anch’esso soltanto uno strumento funzionale alla lotta per il potere. Il loro slancio vitale è legato fin nei gesti e nell’intonazione della voce alla coscienza del potere.

Karl Jaspers, Per un nuovo umanesimo: condizioni e possibilità, in Etica e destino, testi di Martin Heidegger, Karl Jaspers,  Genova, Il nuovo melangolo 1997

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©Maurizio Cattelan, Him, 2001

Un luogo sacro


A  I suoi edifici danno una impressione straordinaria di vita, mi perdoni, sregolata, sconcia…

B Lei trova che, mettiamo, i miei balconi erano peccaminosi? Mi rallegra, molto, sa? Che quelle guglie erano… Erano, diciamo, di malaffare? Ho costruito una chiesa puttana, lo sa?

A Credo di conoscerla.

B Ed è così pia, sapesse; bisognava colmare di peccato un luogo sacro per essere assolutamente certi che il luogo fosse irreparabilmente sacro… Ci voleva sporcizia, ambiguità, l’ammiccamento di un occhio strabico e vizioso, un odore pietrificato di vino, bisognava aprire degli angiporti in una chiesa, farne una chiesa a ore, un luogo equivoco, perché se ne sarà accorto, nevvero, una chiesa è un luogo estremamente equivoco, tutti quei peccatori, quei peccatori attivi, si capisce, e tutta quella voglia di morte, quel grondare di sangue, per le pareti… Nemmeno un bordello per alcolizzati è così assolutamente empio e dunque sacro. O lei dirà che io ero casto, ero devoto, vero?

A No, non ho mai detto nulla di così volgare.

B Me ne rallegro. Ho fornicato con le pietre, è ovvio; ma non è forse così ovvio che le pietre erano le mie sgualdrine, le mie garçonnières… Che differenza intercorre tra una giarrettiera e una architrave? Dopo tutto, sono entrambe di carne.

Giorgio Manganelli, Gaudí, in Le interviste impossibili, Adelphi, Milano 1997

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©Lisa Kereszi, Erotic Empire at night, Hartford CT, 2001

La posizione contemporanea


La posizione contemporanea occupata dalla fotografia nell’arte è interessante. L’interesse per la fotografia da parte delle maggiori istituzioni artistiche (e del mercato dell’arte) è cresciuto a livelli esponenziali. Ciò significa che il discorso su arte e critica ha dovuto occuparsi anche di “fotografia”. La diffusione nell’ultimo decennio di libri che si occupano di temi quali arte contemporanea e fotografia o di fotografia come arte ne è la controprova. La nuova centralità della fotografia ha fatto sì che la pittura non sia più il mezzo espressivo dominante tramite il quale viene teorizzata l’arte contemporanea, anche se, al pari di ciò che faceva in precedenza la pittura, la fotografia tiene aperto il dialogo con la scultura e le altre forme d’arte, video, performance e installazioni.

David Bate, Il primo libro di fotografia, Torino, Einaudi 2011

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©Sophie Calle, dalla serie Take Care of Yourself, 2007

In questo momento storico


In questo momento storico la tranquillità e la marginalità non sono particolarmente apprezzate: si predilige ciò che è incandescente e esplicito. A quanto pare la nostra missione è applicare sulle nostre direttrici visive una carta da parati composta da immagini sradicate dal proprio contesto, dal valore così misero che ci instupidiscono e al contempo ci dicono che ora possiamo finalmente vedere. Anche se possiamo tracciare, analizzare e discutere l’evoluzione della fotografia, scarseggia sempre la volontà di delineare nuove strategie interpretative, di selezionare un’opposizione migliore a partire dai vari futuri che incombono su di noi. […] Mentre la fotografia si trasforma in una serie di strategie mediatiche emergenti e viene in gran parte integrata in un insieme multimediale sempre più sofisticato, dovremmo cercare di realizzare immagini più utili e esplorative, non solo scioccanti e di grande effetto.

Fred Ritchin, Dopo la fotografia, Einaudi, Torino 2012

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©Marco Signorini, Reale, digitale, 2013

A che penso?


A che penso? Penso a una salsiccia. E’ terribile. Giovani, uomini che servite lo stato, su cui lo stato ripone le sue speranze, osservatemi accuratamente e prendetemi come esempio ammonitore, poiché sono caduto in basso. Non riesco a liberarmi dal pensiero che ancora poco fa possedevo una salsiccia, la quale ora è perduta per sempre. L’ho estratta dal guardaroba e in tale occasione l’ho mangiata. Con gusto evidentemente fin troppo sincero ho consumato ciò che potrebbe essere ancora presente, se non l’avessi divorato. Pochi minuti fa la migliore e succulenta salsiccia era ancora qui in carne e ossa e ora, per effetto di un trangugiamento malauguratamente fin troppo precipitoso, la gustosa salsiccia è sparita e non me ne consolo. Ciò che poco fa era ancora qui è perso, e mai nessuno me lo restituirà. Ho mangiato ciò che mai e poi mai avrei dovuto mangiare così velocemente, ciò che avrei fatto meglio a non assaporare mai e poi mai con tanta fretta. Ho divorato ciò che ancora adesso potrebbe stuzzicarmi, se avessi resistito alla cupidigia. Deploro profondamente di non aver resistito alla cupidigia e di aver consumato colei che, ancora pochi minuti fa, stava fresca  e rossa a mia disposizione, ma che mai e poi mai sarà più a mia disposizione, poiché l’ho consumata affrettatamente.

Robert Walser, Pezzi in prosa, Quodlibet, Macerata 2009

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

© Martin Parr, Untitled (sausage tubes), dalla serie British Food, 1995