Just another WordPress.com site

Archivi Mensili: febbraio 2014

Il passato ci condiziona


Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L’avanguardia storica (come modello di modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di «Abbasso il chiaro di luna» aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arrivata all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall , all’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi. Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare oltre, perché si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi testi impossibili (l’arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno è consistita nel riconoscere che il passato, visto che la sua distruzione portava al silenzio, doveva essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente.

Umberto Eco, Di un realismo negativo, in Bentornata realtà, a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Torino, Einaudi 2012

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

©Luigi Presicce, Annunciazione di Pitagora agli acusmatici, 2010. Performance per due spettatori, cave d’argilla, Marti (PI). Foto: Jacopo Menzani

Annunci

La specifica creatività artistica


In generale non possibile intendere un prodotto estetico altamente specializzato se non lo si coglie differenzialmente rispetto a prodotti in qualche modo meno specializzati, se per esempio non si paragona la poesia con il mito, l’arte classica con la magia figurale, il poema colto con l’attività del cantastorie, il romanzo d’arte con il romanzo popolare e il feuilleton, il più spericolato, raffinato ed elitario sperimentalismo d’avanguardia con manifestazioni più ingenue e più istituzionalizzate, a loro volta più evidentemente connesse a un’organizzazione culturale in cui non è dato ritrovare l’estetico allo stato puro (o presuntivamente puro). In altre parole, la specifica creatività artistica – quale si manifesta nelle forme d’arte più esclusive, aristocratiche o borghesi che siano, o semplicemente individualistiche – è la medesima creatività che regola in generale la produzione culturale, quale che sia, ed esprime ancora una volta le caratteristiche specifiche dell’adattamento umano, le sue specifiche capacità illimitate di scelta sotto condizioni intellettuali, sotto una legalità assai generale, capace quindi di specificarsi nei modi più diversi e opportuni.

Emilio Garroni, Creatività, Macerata, Quodlibet 2010

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

©Mario Cresci, Da Guido Reni b, 2010

 

Quello che si vede nella realtà


Tenete presente che una fotografia appare sempre diversa da quello che si vede nella realtà. Non è solo più chiara o più scura: non registra le correzioni che il nostro sguardo abitualmente mette in atto. C’è una rigidità che è propria della macchina. Allora il fotografo, per restituire la complessità di quello che vede, deve sopperire a questa rigidità della macchina, che ha una gamma di possibilità di risposta molto più ampia ma non certo costante, lineare e automatica come quella dell’occhio umano.

Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, a cura di Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro, Macerata, Quodlibet, 2010

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

©Christopher Williams, PackseT, 2003

Il modo di pensare all’arte


Forse dovremmo riconsiderare il modo di pensare all’arte, vedendola non solo come estensione di facoltà umane, ma anche come un prodotto dell’azione autonoma della tecnologia, oggi il Web, ieri la fotografia, così come aveva già intuito Franco Vaccari nel 1979 parlando di “inconscio tecnologico”. La rinuncia al controllo, l’accettazione della casualità, la debolezza del soggetto e la fine dello stile sono le caratteristiche di quello che Mario Costa chiama nel 1990 “sublime tecnologico”. Un sentimento non più connesso ai grandi spettacoli della natura (XVIII-XIX sec.) e neppure allo scenario metropolitano, dove la macchina rappresenta il nuovo “eccesso” con cui misurarsi (XIX-XX sec.).

Luca Panaro, Casualità e controllo, Milano, Postmedia, 2014

Senza titolo copia

 

 

 

 

 

 

©Ryan Trecartin, I-Be Area, 2007

Materia senza forma


Prima di Duchamp la polvere, presente nei quadri e nelle opere, è stata vista essenzialmente come un elemento negativo. Rappresenta non se stessa, bensì il tempo che passa; indica la vita e soprattutto la morte; è materia senza forma. Mostra il deterioramento a cui sono soggette tutte le cose, e descrive un mondo in via di sparizione, che presto non ci sarà più. Insomma, è parente stretta delle rovine su cui la modernità, l’abbiamo visto, si è soffermata con grande attenzione. Se vogliamo, la polvere è il lato meno nobile del sublime: indica lo sporco, l’impurità.

Marco Belpoliti, Crolli, Torino, Einaudi, 2005

sssssss

 

 

 

 

 

 

 

Martina della Valle, Time Dust, 2011

Un oggetto inerte


Un tratto saliente della simbolizzazione, ho sostenuto, è che può andare e venire. Un oggetto è capace di simboleggiare cose differenti in periodi differenti, e in altri magari non essere simbolico affatto. Un oggetto inerte, un oggetto puramente d’uso, può giungere a funzionare come un’opera d’arte, e così un’opera d’arte a funzionare come un oggetto inerte, un oggetto puramente d’uso. Forse non è tanto vero che l’arte è lunga e la vita è breve, ma piuttosto che sono entrambe transeunti.

Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, Bari, Laterza, 1988

good

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©Rachel Whiteread, Untitled, 2013