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Il passato ci condiziona


Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. L’avanguardia storica (come modello di modernismo) aveva cercato di regolare i conti con il passato. Al grido di «Abbasso il chiaro di luna» aveva distrutto il passato, lo aveva sfigurato: le Demoiselles d’Avignon erano state il gesto tipico dell’avanguardia. Poi l’avanguardia era andata oltre, dopo aver distrutto la figura l’aveva annullata, era arrivata all’astratto, all’informale, alla tela bianca, alla tela lacerata, alla tela bruciata, in architettura alla condizione minima del curtain wall , all’edificio come stele, parallelepipedo puro, in letteratura alla distruzione del flusso del discorso, sino al collage e infine alla pagina bianca, in musica al passaggio dall’atonalità al rumore, prima, e al silenzio assoluto poi. Ma era arrivato il momento in cui il moderno non poteva andare oltre, perché si era ridotto al metalinguaggio che parlava dei suoi testi impossibili (l’arte concettuale). La risposta postmoderna al moderno è consistita nel riconoscere che il passato, visto che la sua distruzione portava al silenzio, doveva essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente.

Umberto Eco, Di un realismo negativo, in Bentornata realtà, a cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, Torino, Einaudi 2012

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

©Luigi Presicce, Annunciazione di Pitagora agli acusmatici, 2010. Performance per due spettatori, cave d’argilla, Marti (PI). Foto: Jacopo Menzani

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