Just another WordPress.com site

Archivi Mensili: aprile 2014

Una negoziazione


La realtà è ciò di cui posso parlare con un terzo. Non si definisce se non come il prodotto di una negoziazione. Uscire dalla realtà è “folle”: un tale vede un coniglio arancione sulla mia spalla, io non lo vedo; allora la discussione s’indebolisce, si restringe. Per ritrovare uno spazio di negoziazione dovrei fare finta di vedere quel coniglio arancione; l’immaginazione sembra una protesi che si fissa sul reale per produrre un maggiore commercio fra gli interlocutori. L’arte ha così come fine quello di ridurre in noi la parte meccanica: punta a distruggere ogni accordo a priori sul percepito.

Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale, Milano, Postmedia 2010

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

©David Benjamin Sherry, Lower Yosemite Falls, Yosemite, California, 2013

Annunci

Relazioni


Il prodotto della fantasia, come quello della creatività e della invenzione, nasce da relazioni che il pensiero fa con ciò che conosce […]. È evidente che non può far relazioni tra ciò che non conosce, e nemmeno tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Non si possono stabilire relazioni tra una lastra di vetro e il pfzws. Si può invece stabilire relazioni tra una lastra di vetro e un foglio di gomma, per esempio. Sempre ammesso che l’individuo conosca sia il vetro che la gomma. Che cosa può nascere nel pensiero da una simile relazione? Si può pensare a un vetro elastico o a una gomma trasparente. Questo è un pensiero fantastico, proprio perché non mi pare che ci sia oggi un vetro elastico come la gomma. L’immaginazione si mette in moto di conseguenza e mi pare di vederlo questo vetro elastico… che cosa succede se lo tiro? niente? sarà come uno strato d’acqua limpida? L’immaginazione comincia a immaginarlo, a vederlo. La creatività può pensare a qualche uso giusto per lui. L’invenzione può pensare alla formula chimica per produrlo.

Bruno Munari, Fantasia, Bari, Laterza 1977

ASASASASAS

 

 

 

 

 

 

 

© Tony Cragg, Palette, 1984

courtesy Frac Bourgogne

Emblemi dell’identità


In tutta la storia dell’arte, i casi in cui un artista ha rappresentato un altro artista al lavoro sono piuttosto rari, mentre abbondano gli esempi di autoritratti dell’artista in vesti di pittore, scultore, incisore o fotografo. È una distinzione che sembra indicare una importante differenza di contenuto. Perché, per rappresentarsi con la tavolozza o lo scalpello in mano, in piedi davanti al cavalletto o un poco discosto, lo sguardo diretto al di là della tela verso la propria immagine riflessa da uno specchio, l’artista deve mostrarsi non al lavoro ma in contemplazione; o meglio, deve rappresentare quella precisa parte del suo lavoro che è la contemplazione o il suo pensiero. La sua tela, la sua armatura ricoperta di gesso o la sua macchina fotografica sono gli emblemi della sua identità: sono gli strumenti attraverso i quali il suo pensiero sta per materializzarsi.

Rosalind Krauss, Teoria e storia della fotografia, Bruno Mondadori, Milano 1996

Senza titolo

 

 

 
 

 

 

Jeremy Deller e The History of the World, 1997 (particolare)

L’orizzonte del fenomenico


L’artista può prescindere da ciò che vede – da cui l’astrazione. Non si deve più cominciare da quel che si vede. Ciò che si deve fare, in quanto artisti, è piuttosto rappresentare l’idea che si ‘vede’ – nulla a che fare, comunque, con le sue incarnazioni sensibili. Bisogna fare in modo che l’opera sia il più possibile vicina a tale ‘idea’. Per questo, dovendo rappresentare un letto, l’artista contemporaneo potrà dar forma a qualcosa che non ha alcun legame concreto con il letto che siamo soliti incontrare all’esterno, ossia nell’orizzonte del fenomenico.

Massimo Donà, Joseph Beyus. La vera mimesi, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale 2004

Senza titolo

 

 

 

 

 

©Tracey Emin, My Bed, 1998

Il ruolo della sensazione


Il museo moderno è utile precisamente perché con le opere ivi conservate non ci capita di venire fuorviati dalla figurazione o dall’iconografia; e anche quando entrambe siano presenti, distraggono meno che nell’arte più remota. Quel che ci attrae è la dimensione, o il colore, o il suggerimento di un odore, o il nauseante agglomerato della composizione della superficie. Si potrebbe pensare che descrivere queste cose richieda i termini della ricerca formalista, ma essi ridurrebbero o farebbero sbiadire tali reazioni. Consentire loro un ruolo completo significa, di nuovo, riconoscere il ruolo della sensazione nella conoscenza. Vediamo margini seghettati, punte, tessiture materiche, sfaldamenti, e reagiamo in forme più viscerali di quelle che la critica raffinata è, in generale, in grado di esprimere. Anche se questa spesso ammette implicitamente tali sensazioni, non le articola mai in modo esplicito. Ma questa non è una richiesta di migliori descrizioni o di una critica migliore, è un appello ad ampliare le possibilità di una migliore comprensione della reazione.

David Freedberg, Il potere delle immagini, Torino, Einaudi 2009

monzon

 

 

 

 

 

©Óscar Monzón, Karma, 2009- 2013