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Archivi Mensili: giugno 2014

Dobbiamo rassegnarci?


Dobbiamo rassegnarci a non pretendere altro che fotografie che ci appagano dal punto di vista estetico, fotografie che si limitino a fornirci notizie che vanno a incasellarsi in un sistema epistemologico chiuso e predefinito, e operazioni visive volte a decostruire criticamente all’infinito questo sistema e il suo funzionamento? La domanda è pressante, perché negli ultimi anni abbiamo assistito, è sotto gli occhi di tutti, al riemergere di una urgenza di realtà. Prima gli effetti della globalizzazione, poi la crisi economica e sociale mondiale hanno provocato un risveglio dal diffuso disinteresse per la ricerca e la comprensione della realtà, e generato un rifiuto ad abdicare dinanzi a qualunque proposizione legata all’idea di vero.

 

Daniele De Luigi, Brand New Real, in Generazione Critica. La fotografia in Italia dal Duemila, a cura di M. Manni e L. Panaro, Ravenna, Danilo Montanari Editore 2014

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©Alberto De Michele, Quien Lo Vive Quien Lo Goza – La Mascara De La Maldad,2012

 

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L’inaugurazione della Biennale


Una delle cose che s’imparano con l’esperienza, quando si va all’inaugurazione della Biennale (per i non addetti tre giorni, se non quattro, di vernice con visite, feste, inaugurazioni in cui s’incontra chiunque abbia un minimo a che fare con il mondo dell’arte, o almeno vorrebbe farlo credere), è che bisogna nel più breve tempo possibile dotarsi di due o tre frasi giuste e possibilmente d’effetto per commentare il tutto. Verso le undici, massimo le dodici, del primo giorno (cioè quando non si è ancora visto quasi nulla) bisogna avere già pronta una opinione prêt-à-porter da rilasciare con nonchalance ogni volta che si incontra qualcuno, cioè continuamente. Incontri che durano al massimo cinque minuti, perché tanto, ci si dice, poi ci rivediamo e parliamo un po’ con calma (e per rivedersi ci si rivede, ma per le parole calme non c’è mai il tempo). Va da sé che è assolutamente irrilevante quanto queste frasi dicano della mostra. Mentre è assolutamente rilevante quello che dicono di chi le dice.

Maria Perosino, Io viaggio da sola, Torino, Einaudi 2012

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

©IOCOSE, A Crowded Apocalypse – If The Kids Are United, 2013

Il bello naturale


Per nessun motivo il bello naturale deve venir considerato condizionante ai fini dell’opera d’arte, anche se nel corso della sua evoluzione sembra aver assunto particolare valore, e in alcuni casi essersi addirittura identificato con essa. Di tale presupposto si deve dedurre che, per principio, le leggi artistiche peculiari non hanno nulla a che spartire con l’estetica del bello naturale. Non si tratta, ad esempio, di analizzare in quali condizioni un paesaggio appaia bello, ma in quali la rappresentazione di quel paesaggio divenga un’opera d’arte.

Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, Torino, Einaudi 2008

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

©Marco Signorini, Random Projects, 2014

Logiche e strategie


Gli artisti recenti, dopo aver consolidato i legami con le logiche e le strategie del concettuale post-duchampiano, detonatore del potenziale estetico, hanno ricollocato il baricentro dell’arte intorno al pubblico e al suo ruolo decisionale; e hanno inoltre intrapreso, alla luce dei nuovi scenari storico-culturali, una ridefinizione generale dell’identità dell’arte. Sottesa, comunque, alla dimensione dell’estetico, oramai affermatasi nell’arte contemporanea globale, si può ancora oggi constatare una tendenza al recupero, al ripensamento, alle riletture critiche, e proprio in virtù di tale atteggiamento si riscontra negli artisti più giovani la necessità di rifarsi al medium della fotografia.

Pier Francesco Frillici, L’arte dopo la fotografia, in Generazione Critica. La fotografia in Italia dal Duemila, a cura di M. Manni e L. Panaro, Ravenna, Danilo Montanari Editore 2014

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©Rä di Martino, No More Stars (Abandoned Movie Set, Star Wars) 33°59’39 N 7°50’34 E Chot El-Gharsa, Tunisia 03 September , 2010

Non avendo mai visto un’Italia così


Ricordo ancora con precisione le prime immagini di questo fotografo di cui ebbi piena consapevolezza. Una foto a colori mostrava una casa contadina italiana, grande e bella, di fronte alla quale stava un vecchio albero altrettanto bello. Quella che avrebbe potuto essere una tipica immagine da cartolina diventava un’indimenticabile, quanto estranea, immagine dell’Italia, poiché entrambi, albero e casa, sprofondavano nella neve. Un motivo del tutto italiano si era così spostato nella più bianca lontananza. E come se tutto ciò non fosse già abbastanza strano, segni di pneumatici a forma di spirale circondavano l’albero, componendo una ghiacciata decorazione. Non avendo mai visto un’Italia così, tranne forse in alcune sequenze, splendide e assurde, del film Amarcord di Fellini, in cui un pavone rendeva pittorescamente estraneo lo sfondo di una Rimini coperta di neve.

Jan Thorn-Prikker, Mondi artificiali, in Olivo Barbieri, Fotografie dal 1978, Edizioni delle Arti Grafiche Friulane, 1996

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©Tazio Secchiaroli

Chissà?


Tutta l’arte moderna è astratta nel senso che è attraversata dall’idea molto più che dall’immaginazione delle forme e delle sostanze. Tutta l’arte moderna è concettuale nel senso che, nell’opera, feticizza il concetto, lo stereotipo di un modello cerebrale dell’arte – esattamente come ciò che viene feticizzato nella merce non è il valore reale, ma lo stereotipo astratto di quel valore. Votata a questa ideologia feticistica e decorativa, l’arte non ha più una esistenza propria. In questa prospettiva, si può dire che stiamo avviandoci a una sparizione totale dell’arte in quanto attività specifica. Il che può portare, sia a un trasferimento dell’arte nella tecnica e nell’artigianato puro, ed eventualmente nell’elettronica come si può vedere ovunque, sia a un ritorno verso un ritualismo primario in cui qualsiasi cosa fungerà da gadget estetico e l’arte finirà nel kitsch universale, proprio come a suo tempo l’arte sacra è finita nel kitsch delle immaginette religiose. Chissà?

Jean Baudrillard, Il complotto dell’arte, Milano, SE 2013

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©Paolo Consorti, Rebellio patroni, 2011

Come vanno le cose?


Come vanno le cose per l’arte all’interno della società industriale, il cui mondo comincia a diventare un mondo cibernetico? Le asserzioni dell’arte diventano una sorta di informazioni in e per questo mondo? I suoi prodotti sono perciò condizionati dal loro adattarsi al carattere di procedimento del cerchio normativo della società industriale, alla costante capacità di porli in relazione reciproca che lo contraddistingue? Se le cose stanno così, l’opera può ancora restare tale? Il suo significato moderno non consiste nel fatto di poter essere costantemente superata a tutto vantaggio della ininterrotta realizzazione del processo che si regola unicamente da sé e di sé resta perciò prigioniero?

Martin Heidegger, L’origine dell’arte e la determinazione del pensiero, in M.Heidegger, K. Jaspers, Etica e destino, Genova, Il melangolo 1997

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©Miriam Böhm, Inventory IV, 2010