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Archivi Mensili: marzo 2015

a difesa dell’arte


… tra i mondi dell’arte e tutto il resto non esiste in linea di principio un confine assoluto, un abisso o una terra di nessuno, ma una dimensione incerta, confusa e plurale di arte e di artisti possibili. Di fatto, proprio le barriere estetiche o di altro genere che vengono poste a difesa dell’arte («questo non è letteratura», «questo non è cinema», «questo non è arte» ecc.) hanno lo scopo di regolare l’accesso a una sfera che, esattamente come il «sacro» territorio di una nazione si vuole proteggere per i motivi più vari: fede, credenze, tradizioni, e anche il puro e semplice interesse.

Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Fuori Cornice, Torino, Einaudi 2008

 

Everyone... Tracey Emin

 

 

 

 

 

 

©Tracey Emin, Everyone I Have Ever Slept With 1963-1995, 1995

 

 

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Un quadro appeso rovesciato


Le differenze accettabili nella pittura di periodi diversi si possono spiegare solo come temporanei mutamenti formali dello stesso fenomeno. In concreto ciò significa che un’immagine – indipendentemente dal suo cosiddetto «tema»- dovrebbe colpire solo con l’armonia dei suoi colori e dei rapporti chiaroscurali. Così ad esempio un quadro appeso rovesciato dovrebbe comunque fornire elementi sufficienti per la sua valutazione pittorica. Certamente l’essenza di un quadro di epoche artistiche precedenti non si esaurisce nella sua cromaticità, né nelle sue intenzioni figurative (vale a dire la pura dimensione oggettuale). Solamente nella inscindibile coesione dei due aspetti si documenta la sua essenza.

Lázló Moholy-Nagy, Pittura Fotografia Film, Torino, Einaudi 1987

 

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©Taisuke Koyama, Melting Rainbows 034, 2010

L’arte propriamente detta


Il fatto di essere passati dall’arte propriamente detta a una specie di transestetizzazione della banalità… Viene da Duchamp, d’accordo. Non ho niente contro Duchamp, è un fantastico colpo di teatro. Ma è anche vero che ha messo in moto un processo di cui oggi, in conclusione, siamo tutti complici. Voglio dire che anche nella vita quotidiana abbiamo oramai questa «ready-madizzazione», o questa transestetizzazione di tutto che fa sì che non ci sia più illusione. Questo collasso della banalità dell’arte nella banalità, insomma questo gioco reciproco, complice, ecc. Dalla complicità al complotto… Ci siamo dentro tutti. Non lo ricuso, e soprattutto non ho nostalgia dei vecchi valori estetici.

Jean Baudrillard, Il complotto dell’arte, Milano, SE 2013

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©Jim Lambie, Maharaja, 2009

La scuderia di un gallerista


Per un artista, far parte della scuderia di un gallerista comportava vantaggi concreti, a compensazione di umiliazioni meno visibili: prezzi bloccati alla data del contratto, indifferenti agli incrementi del mercato o peggio svalutati improvvisamente dal gallerista che volesse recuperare liquidità, opportunità di lavoro e di contatti professionali in un recinto chiuso. Non è sempre credibile l’immagine dell’artista sprovveduto, sfortunato e costretto a una vita di stenti; alcune personalità rivelarono una sicura abilità commerciale, come Ozenfant, il quale non si fece scrupolo di manipolare il mercato per ottenere rialzi nella valutazione dei dipinti cubisti. Ma è un noto esempio del cinismo del mercato la progressiva lievitazione dei prezzi che le opere di Modigliani conobbero dopo la morte precoce dell’artista: disagi esistenziali e tragedie familiari servivano a mostrare il volto umano di un’avanguardia di cui si era sempre stigmatizzata la maschera ferina, accrescevano l’interesse del pubblico, collocavano l’artista fra i nomi storici dell’arte contemporanea, consolidavano le quotazioni, dissimulando sotto un velo romantico una spregiudicata operazione commerciale.

Federica Rovati, L’arte del primo Novecento, Torino, Einaudi 2015

 

Mannikko

 

 

 

 

 

 

©Esko Männikkö, Untitled, 2004 – 09

seconda metà del Novecento


Uno degli aspetti peculiari della cultura artistica europea della seconda metà del Novecento è il continuo ritorno alla riflessione sui temi della storia e della memoria personale e collettiva. La necessità di fare i conti con l’esperienza del totalitarismo, della repressione, dell’olocausto, con una guerra combattuta principalmente sul territorio europeo, e successivamente con il duro periodo del dopoguerra, porta gli artisti a non abbandonare mai del tutto l’idea che l’esperienza possa esistere anche come fenomeno non mediato e radicato della realtà, e ad utilizzare la memoria e l’autobiografia come strumenti di resistenza alla de-soggettivazione e all’omogeneizzazione prodotte dalla società dello spettacolo.

 

Nicoletta Leonardi, Fotografia e immaterialità in Italia, Milano, Postmedia 2013

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©Sophie Calle, Today my mother died, 2013, from the series Les Autobiographies

 

Una scuola


Uno scrittore diventato famoso e tradotto anche all’estero aveva aperto una scuola. «Se non si soffre» diceva agli allievi, «non si diventa scrittori». Perciò d’accordo con loro li malmenava. Distribuiva schiaffi continuamente o noci in testa, poi diceva: «Va’ a scriverlo!» Gli allievi lo andavano a scrivere: «Oggi ho preso due noci, oggi ho preso uno schiaffo, mi rintrona ancora la testa». Poi glielo facevano leggere. «Non basta» diceva, e si metteva a distribuirne degli altri. «Scrivete!» diceva «scrivete!» e li inseguiva su per le scale con una bacchetta. Se ne prendeva uno lo trascinava per un orecchio dicendo: «Hai scritto?» e gli bacchettava le dita finché l’allievo gridava: «Ho scritto, ho scritto!» e gli faceva vedere un misero foglio che lui non guardava neanche. «Questo sarebbe uno scritto?» diceva, e gli continuava a tirare l’orecchio o il naso perché gli altri sentissero e vivessero nella sofferenza e nella paura, che per uno scrittore è indispensabile.

Ermanno Cavazzoni, Gli scrittori inutili, Parma, Guanda 2010

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©Susanna Majuri, Saviour, 2008