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Archivi Mensili: aprile 2015

Polvere senza significato


Nella misura in cui l’identità deriva dalla sostanza fisica, dalla storia, dal contesto, dal reale, non riusciamo a immaginare che qualcosa di contemporaneo (di fatto da noi) possa contribuire a costruirla. Ma il fatto che la crescita dell’umanità sia esponenziale implica che il passato a un certo punto diventi troppo «piccolo» per essere abitato e condiviso da chi è vivo. Noi stessi lo esauriamo. Nella misura in cui la storia si sedimenta nell’architettura, l’attuale quantità umana inevitabilmente esploderà e consumerà la sostanza precedente. L’identità concepita come questo modo di condividere il passato è un’affermazione perdente: non solo in un modello stabile di continua espansione demografica c’è proporzionalmente sempre meno da condividere, ma la storia stessa possiede una emivita odiosa: più se ne abusa meno si fa significativa, finchè i suoi vantaggi depauperati diventano dannosi. Questo assottigliamento viene esasperato dalla massa in costante crescita di turisti, una valanga che, alla ricerca perpetua del «carattere», macina identità di successo fino a ridurle in polvere senza significato.

Rem Koolhaas, Junkspace, Macerata, Quodlibet 2006

 

Shonan International Village 1, 1998 (Custom)

 

 

 

 

 

 

 

©Takashi Homma, Shonan International Village 1, 1998

 

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Le risorse dell’artista


Le risorse dell’artista – modi di riferimento, letterali e non letterali, denotazioni e non denotazioni, realizzati ricorrendo ai mezzi più diversi – appaiono molto più gravide di conseguenze di quelle dello scienziato. Ma supporre che la scienza sia piattamente e pedestremente linguistica, letterale e denotazionale vorrebbe dire non tenere conto, ad esempio, di aspetti quali l’uso frequente di strumenti analogici, della metafora implicita nella misurazione quando uno schema numerico viene applicato a un nuovo campo, o del vocabolario corrente della fisica e dell’astronomia, in cui si parla di attrazione, di singolarità e di buchi neri. Anche se il prodotto ultimo della scienza è, a differenza di quello dell’arte, una teoria letterale, verbale, matematica, denotazione, la scienza e l’arte procedono di pari passo nella loro ricerca e nella loro costruzione.

Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, Bari, Laterza 2008

 

Paper III _ Sinigaglia

 

 

 

 

 

 

 

 

©Alberto Sinigaglia, Paper III, 2012

Imitazioni e artifizi


Viviamo in un’epoca di imitazioni e di artifizi, in cui ogni spiritualità si converte in affarismo e ufficialità, in cui tutto viene fatto in vista di un rendimento, in cui la vita è una mascherata, un tempo in cui l’uomo non perde mai di vista ciò che è, in cui la semplicità stessa è voluta e l’ebbrezza dionisiaca fittizia come l’arte che la esprime, arte di cui l’artista è troppo consapevole, e compiaciuto di esserlo. In una simile epoca, è forse la follia la condizione di ogni autenticità in campi in cui, in tempi meno incoerenti, si sarebbe stati capaci di esperienze e di espressioni autentiche anche senza di essa? Assistiamo forse a una danza forsennata per giungere a qualcosa che si perde nel grido, nel gesto, nella violenza, nel narcisismo, in una piattezza, in una sciocca ricerca del primitivo, fino a giungere a una dichiarata ostilità verso la cultura?

Karl Jaspers, Genio e follia, Milano, Raffaello Cortina 2001

 

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©Roger Ballen, Cat Catcher, 1988

Imbarazzo


Non essere contemporanei al proprio tempo è una cosa che può anche essere fastidiosa e produrre anche dell’imbarazzo, e io, quando facevo l’editore, per il mestiere che facevo, era uno che cercava di evitarlo, l’imbarazzo, e adesso che facevo lo scrittore mi sembrava di dover essere uno che, per come la capivo io la cosa, ci doveva sguazzare, dentro l’imbarazzo.

Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, Milano, Marcos y Marcos 2014

 

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©Jeff Koons Unshering in Banality, 1988

 

 

 

 

Un’empia frammentazione


In generale l’Encyclopédie è affascinata, a forza di ragione, dal rovescio delle cose; essa taglia, amputa, mette in evidenza, rivolta e vuole passare dietro la natura. Ora ogni rovescio è inquietante; scienza e parascienza sono mescolate, soprattutto al livello dell’immagine. L’Encyclopédie non si stanca di procedere a un’empia frammentazione del mondo, ma quello che essa trova al termine di questo spezzettamento non è lo stato primitivo delle cause pure; nella maggior parte dei casi l’immagine la obbliga a ricomporre un oggetto irrazionale; una volta dissolta la prima natura, un’altra ne sorge, che ha una forma non meno della prima.

Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi 2003

 

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©Maurizio Anzeri, Dora

Nell’ambiente digitale


Proprio come il romanzo, la poesia e il mémoire hanno esplorato le permutazioni della memoria, anche la fotografia digitale evoca un passato più complesso. Anziché da punto di riferimento unico e indiscutibile, ritenuto più vero del ricordo umano, può fungere da elemento in una rete di altre immagini, suoni e testi che la sostengono o la contraddicono, un menu di possibili interpretazioni, un paesaggio onirico malleabile, una calamita per la memoria. Nell’ambiente digitale è facile linkare una fotografia ai titoli dei quotidiani del giorno, locali o internazionali, alle previsioni del tempo, ai diari e alle agende di appuntamenti, alle foto e ai testi scritti da altri membri della propria famiglia o da chiunque altro.

Fred Ritchin, Dopo la fotografia, Torino, Einaudi 2012

 

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©Geert Goiris, Albino, 2003

La legge non scritta


La consuetudine di guardare le cose dal ristretto angolo visuale della nostra epoca lede infatti la legge non scritta che è preposta a ogni indagine storica positiva, per cui i fatti non debbono essere valutati in base ai nostri presupposti, bensì ai loro. Ogni fase stilistica rappresenta, per l’umanità che l’ha creata in base alle proprie esigenze psichiche, il fine ultimo della propria volontà, e dunque il più alto grado di perfezione. Quanto oggi ci pare una strana ed esasperata deformazione non è frutto di un insufficiente saper fare, ma di un volere diversamente orientato. Non si poteva fare altrimenti perché non si voleva fare altrimenti.

Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, Torino, Einaudi 1975

 

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Filippo Luini, Dogali, 2014

le belle sensazioni


Basta aprire una pagina qualsiasi per rendersi conto che le parole della più diffusa critica d’arte al suo confronto sono solletico, allettamento dei sensi, gratificazione di uno sguardo che non vuole profondità ma divertissement, pareti ornate, non abissi.
Quanti sono infatti gli artisti, opportunamente incoraggiati dai critici, che equiparano l’amore per l’arte all’amore per le belle sensazioni, riducendo l’opera d’arte a una sorta di afrodisiaco, dove il Sè dello spettatore, lungi dall’essere ek-statico, cioè “fuori di sé” sta davanti all’immagine con la passività opaca (mascherata dalle parole che ha imparato dai critici) di chi è in attesa di emozioni.

Umberto Galimberti, Il gioco delle opinioni, Feltrinelli, Milano 2004

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©Christian Marclay, Untitled (Madonna, Luciano Pavarotti, Sonic Youth, Glenn Miller Orchestra and Guns N Roses), 2007-2008