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Archivi Mensili: maggio 2015

Un prodotto del lavoro umano


Guardiamo dipinti, leggiamo poesia, ascoltiamo Bach o Stravinsky, e siamo consapevoli, inevitabilmente, che l’oggetto della nostra attenzione è un’opera d’arte. Un’opera nel senso di un prodotto del lavoro umano;  e anche qualcosa che cade sotto il concetto di arte. Scriviamo un romanzo, componiamo un brano musicale, facciamo un vaso. E di nuovo, alla fine non c’è semplicemente il frutto di un lavoro, poiché invece l’opera – la nostra opera, questa volta – è stata regolata dal concetto di arte. Quindi, sia come pubblico dell’arte sia come produttori di essa, sembra che siamo impegnati al tempo stesso da artefatti e da un concetto. L’arte e i suoi oggetti procedono indissolubilmente connessi.

Richard Wollheim, L’arte e i suoi oggetti, Milano, Marinotti 2013

 

Jolly-Cones

 

 

 

 

 

 

 

 

©Wayne Thiebaud Jolly Cones, 2002

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Stiamo girando pagina


Stiamo girando pagina. La fotografia chimica ha raggiunto la maturità come cultura della visione e ha chiuso un ciclo. Se, più che una determinata tecnica di rappresentazione, era un sistema che intendeva la fotografia come una cultura particolare che sosteneva alcuni valori, dobbiamo ora capire se la fotografia digitale continuerà a sostenere quei valori o, giustamente, li sostituirà con altri. I metodi sono eredi del loro passato. Com’è noto, tutti gli elementi che intervengono nel processo fotochimico della fotografia erano conosciuti già prima della data della divulgazione del dagherrotipo: Aristotele menziona i principi ottici della camera oscura; gli alchimisti arabi conoscevano le proprietà fotosensibili dei sali d’argento.

Joan Fontcuberta, La (foto)camera di Pandora, Roma, Contrasto 2012

 

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Amc2 journal Issue 9, Amore e Piombo, London October 2014

Il dotto


Il dotto, che in fondo non fa che «compulsare» libri – circa duecento al giorno per il filologo medio – finisce con il perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa. Quando pensa risponde a uno stimolo (– un pensiero letto) – e alla fine reagisce e basta. Il dotto dedica tutta la sua forza a dire sì o no, a criticare ciò che è già stato pensato – ma egli stesso non pensa più… il suo istinto di autodifesa è infrollito; altrimenti si difenderebbe dai libri. Il dotto – un décandent. – L’ho visto con i miei occhi: nature dotate, ricche e libere, già a trent’anni tutti «morti dal leggere», ridotti come dei fiammiferi, che si sfregano perché facciano delle scintille – dei «pensieri». La mattina presto, all’inizio del giorno, freschi, all’aurora della propria forza, leggere un libro – bene, per me questo è vizioso!

 

Friedrich Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, Torino, Adelphi 1981

Playtime

 

 

 

 

 

 

©Isaac Julien, ECLIPSE (Playtime), 2014