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Archivi Mensili: giugno 2015

come l’automobile


Come l’automobile, la fotografia ha creato nuove realtà. In parte la difficoltà di distinguerle è dovuta al fatto che molti di noi, anche in mancanza di macchina fotografica, visualizzano il mondo come una fotografia.

«La mia visione del mondo era una visione fotografica, come ritengo sia più o meno per tutti, non crede? – affermò lo scultore Alberto Giacometti oltre quarant’anni fa. – Non vediamo mai le cose, le vediamo sempre attraverso uno schermo».

Fred Ritchin, Dopo la fotografia, Torino, Einaudi 2012

 

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©Thomas Mailaender, Cathedral Cars, 2004

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un consenso minimo


Nelle arti figurative la frivolezza è arrivata a estremi allarmanti. La sparizione di un consenso minimo sui valori estetici fa sì che in questo ambito la confusione regni e sia destinata a regnare per molto tempo, perché non è più possibile discernere con una certa obiettività che cosa sia l’avere talento o l’esserne privi, che cosa sia bello e che cosa brutto, quale opera rappresenti una novità duratura e quale sia un fuoco fatuo. Tale confusione ha trasformato il mondo delle arti figurative in un carnevale nel quale i veri creatori si mescolano con gli opportunisti e gli imbroglioni, spesso difficili da distinguere. Inquietante anticipo dell’abisso in cui può sprofondare una cultura malata di edonismo a buon mercato che sacrifica ogni altra motivazione e disegno al divertire.

Mario Vargas Llosa, La civiltà dello spettacolo, Torino, Einaudi 2013

 

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©Hiroshi Sugimoto, Radio City Music Hall, 1978

 

 

vandalismo


Il rapporto tra writing e mondi ufficiali è dunque segnato da incomprensioni e stigmatizzazioni, ma anche da ambiguità e appropriazioni. Per venirne a capo ci sembra sufficiente notare che non stiamo parlando soltanto di una questione estetica (sono i graffiti opere d’arte?), ma delle relazioni tra mondi sociali (inclusi anche quelli dell’arte) che pretendono di imporre le proprie regole come se fossero universali. E tali regole sono spesso presupposte come evidenti, mentre invece sono ambigue o implicite. Iniziamo con la ragione principale della stigmatizzazione dei graffiti, cioè il «vandalismo». Se il nostro spazio urbano fosse modellato sulle città ideali del Rinascimento, e quindi assoggettato a regole auree, per quanto opprimenti, l’etichetta avrebbe anche un senso. Ma la realtà è ovviamente diversa. Basta guardarsi attorno senza pregiudizi per notare quanto il panorama urbano sia da sempre e legalmente vandalizzato: insegne delle banche sui palazzi del Quattrocento, gigantesche scritte al neon che troneggiano sulla sommità di edifici storici (come quella di una televisione privata sul grattacielo Piacentini nel pieno centro di Genova) o i molti mostri figli della «legge del due per cento».

Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Fuori cornice. L’arte oltre l’arte, Torino, Einaudi 2008

 

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Eron, THE BRIDGES of GRAFFITI- Biennale di Venezia, 2015

 

 

al di qua


Se, secondo Platone, il sofisma del pittore consisteva nel dare a vedere il proprio “miraggio” solo a distanza, di quale miraggio si tratta oggi, con la televisione del mondo in tempo reale? L’apertura gotica dei grandi rosoni delle cattedrali, nella sua antica complicità con numerosi pittori e maestri vetrai, mi è sempre apparsa non tanto un’apertura sul cielo quanto sulla luce dell’al di là. Ma, ormai, con la trans-apparenza elettromagnetica, l’illuminismo teleobiettivo non sfocia che nell‘al di qua!

Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, Cortina, Milano 2007

 

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©Thomas Struth, Duomo di Milano (facciata), 1998

aver visto tutte le foto


Non posso certo dire di aver visto tutte le foto. Non dico i notturni più importanti o celebri nella storia della fotografia. Neanche tutte le fotografie pubblicate di Olivo Barbieri. Né, come almeno la mia golosità desidererebbe, tutti i provini di queste sue notti. Ignaro, casuale, e solo pieno di passioni verso questo o quello, verso un libro o una esposizione (fin troppo naturalmente prediligo foto cieche o fatte da ciechi), conosco con eccessiva evidenza l’angoscia della fuga di immagini. Già un solo film (anche il più brutto dei filmetti porno) è per me un abisso di immagini, un insieme che non posso fisicamente percepire nei suoi tratti -fotogrammi per quanto io sappia che esistono, a differenza che nel (detto) vivere dove solo ne avverto le miriadi di salti, i punti di frattura e di passaggio insieme.

Enrico Ghezzi, A fuoco la notte? in Olivo Barbieri, Illuminazioni artificiali, Federico Motta, Milano 1995

 

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©Olivo Barbieri, Milano, Italy, 1989

La mia idea


La mia idea è che uno degli effetti tendenziali delle nuove tecnologie della visione sia quello di progettare (alla lettera: di proiettare, di metterci davanti agli occhi) un mondo indifferente. Un mondo che avrebbe ridotto, o addirittura perso, il requisito dell’alterità, su cui ho richiamato ripetutamente l’attenzione. Un mondo che, sempre più ampiamente e capillarmente assimilabile al suo simulacro riproducibile (sempre più dipendente da un afferramento intuitivo amministrato dalla tecnica), non riuscirebbe più a farsi sentire nella sua differenza e ci renderebbe pertanto indifferenti nei confronti della referenzialità dell’immagine, che tuttavia non verrebbe in alcun modo sospesa.

Pietro Montani, L’immaginazione intermediale, Bari, Laterza 2010

 

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©Sebastian Stadler, L’apparition, 2015

 

 

L’arte vera


L’arte vera non ha mai, né mai dovrebbe, rappresentato ma presentato. L’arte è basata sulla realtà, ma vive indipendentemente da essa, senza guardare al trampolino dal quale si lancia nell’oceano dell’Essere. L’arte vera è Essere; e con Jehova dell’Antico Testamento dovrebbe rispondere, se richiesta cos’è: «Io sono Colui che è».

Bernard Berenson, Piero della Francesca. O dell’arte non eloquente, Milano, Abscondita 2007

 

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©Nino Migliori, Il tuffatore, 1951