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Archivi Categorie: Articoli

Nel migliore dei casi


La premessa del realismo moderno è l’usura di tutte le coordinate teoriche e critiche su cui si era fondata l’arte contemporanea. L’estetica del Novecento, pur nella grande molteplicità e varietà delle sue manifestazioni, può essere considerata nel suo complesso come lo sviluppo degli orizzonti concettuali aperti da Kant e da Hegel: ora questi orizzonti sono stati esplorati in tutte le direzioni. Del resto da tempo gli orientamenti più innovatori della riflessione filosofica considerano l’estetica come un approccio riduttivo e inadeguato all’opera d’arte: tuttavia essi non sono riusciti a rifondare su nuove basi la specificità dell’esperienza artistica. Un deterioramento ancora maggiore ha corroso la critica d’arte: la problematica aperta all’inizio del Novecento dalla scuola di Vienna ha conosciuto una degradazione irrimediabile. Nel migliore dei casi essa produce discorsi che hanno un rapporto solo occasionale e fortuito con le opere e con gli artisti; per lo più essa non va al di là della cronaca e della promozione pubblicitaria.

Mario Perniola, L’arte e la sua ombra, Torino, Einaudi 2000

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©Marco Signorini, Anangram, 2016

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Ironiche perversità


Per una delle perversità ironiche che spesso affliggono il corso delle cose, l’esistenza delle opere d’arte da cui dipende la formazione di una teoria estetica è diventata un ostacolo per la teoria che le concerne. Uno dei motivi di ciò è che queste opere sono prodotti che esistono esternamente e fisicamente. Nel modo comune di vedere, l’opera d’arte viene identificata spesso con l’edificio, il libro, il dipinto o la statua nel loro esistere separati dall’esperienza umana. Visto che l’opera d’arte vera e propria è ciò che il prodotto fa della e nella esperienza, tale conclusione non agevola la comprensione. Inoltre la stessa perfezione di alcuni di questi prodotti, il prestigio che essi possiedono grazie a una lunga storia di ammirazione indiscussa, crea convenzioni che ostruiscono la strada per una analisi senza pregiudizi. Appena un prodotto dell’arte consegue lo status di classico, appare in qualche modo isolato dalle condizioni umane sotto le quali è stato generato e dalle conseguenze umane che esso determina nell’esperienza effettiva della vita.

 

John Dewey, Arte come esperienza, Palermo, Aesthetica edizioni, 2007

 

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©Matthew Barney, Her Giant,Cremaster Cycle, 1997

 

 

la morte dell’arte


Non è vero, dunque, che l’arte sarebbe «morta». È vero invece che essa non ha più per noi moderni la natura dell’esperienza per eccellenza veritativa che ebbe nell’antichità greca. E che la sopravvivenza dell’arte è ormai indissociabile da un atteggiamento riflessivo, da una perdita secca di immediatezza, che coinvolge l’autoconsapevolezza dell’artista e la competenza del pubblico e inoltre lascia tracce determinanti nell’opera stessa, ne regola riflessivamente il medesimo funzionamento simbolico. Qualcosa come un «mondo dell’arte», separato dal mondo della vita e dai suoi valori spirituali decisivi, si sarebbe dunque costituito per noi moderni, ed è in quest’ambito che le opere sono divenute non solo comprensibili e importanti, ma anche oggetto di apprezzamento specifico, di studi specialistici e di interessi (critici, museali, mercantili) particolari.

Pietro Montani, L’immaginazione intermediale, Bari, Laterza 2010

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©Jon Rafman, New Age Demanded (Zigzagman Lichtenstein), 2012

Come ogni artista autentico


Come ogni artista autentico, Franco Vaccari è dominato da un’idea, da un’ossessione originaria che presiede ai suoi interventi: se si arriva a capirla, riesce poi facile trovare il filo logico per seguire anche quelli, nonostante un trasformismo incessante che li porta a presentarsi in panni via via mutati, senza arrivare mai a depositarsi in un modulo fisso e ripetitivo, come invece succede in tanti altri casi. Quest’idea ossessiva originaria si può esprimere così: oggi viviamo in un flusso di notizie, avvenimenti, immagini che rischia di divenire invisibile, inudibile, inafferrabile per il suo stesso eccesso, per troppa presenza e flagranza. Si tratta allora di produrre degli sfoltimenti, in quel “tutto pieno”, ma in modo tale da non tradirlo, anzi, da consentirgli un grado adeguato di rivelazione.

Renato Barilli, Franco Vaccari, Opere: 1966- 1986 in Feedback, Scritti su e di Franco Vaccari, a cura di Nicoletta Leonardi, Milano, Postmedia 2007

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©Giorgio di Noto, The Iceberg, 2015

 

 

al di qua


Se, secondo Platone, il sofisma del pittore consisteva nel dare a vedere il proprio “miraggio” solo a distanza, di quale miraggio si tratta oggi, con la televisione del mondo in tempo reale? L’apertura gotica dei grandi rosoni delle cattedrali, nella sua antica complicità con numerosi pittori e maestri vetrai, mi è sempre apparsa non tanto un’apertura sul cielo quanto sulla luce dell’al di là. Ma, ormai, con la trans-apparenza elettromagnetica, l’illuminismo teleobiettivo non sfocia che nell‘al di qua!

Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, Cortina, Milano 2007

 

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©Thomas Struth, Duomo di Milano (facciata), 1998

Stiamo girando pagina


Stiamo girando pagina. La fotografia chimica ha raggiunto la maturità come cultura della visione e ha chiuso un ciclo. Se, più che una determinata tecnica di rappresentazione, era un sistema che intendeva la fotografia come una cultura particolare che sosteneva alcuni valori, dobbiamo ora capire se la fotografia digitale continuerà a sostenere quei valori o, giustamente, li sostituirà con altri. I metodi sono eredi del loro passato. Com’è noto, tutti gli elementi che intervengono nel processo fotochimico della fotografia erano conosciuti già prima della data della divulgazione del dagherrotipo: Aristotele menziona i principi ottici della camera oscura; gli alchimisti arabi conoscevano le proprietà fotosensibili dei sali d’argento.

Joan Fontcuberta, La (foto)camera di Pandora, Roma, Contrasto 2012

 

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Amc2 journal Issue 9, Amore e Piombo, London October 2014

La legge non scritta


La consuetudine di guardare le cose dal ristretto angolo visuale della nostra epoca lede infatti la legge non scritta che è preposta a ogni indagine storica positiva, per cui i fatti non debbono essere valutati in base ai nostri presupposti, bensì ai loro. Ogni fase stilistica rappresenta, per l’umanità che l’ha creata in base alle proprie esigenze psichiche, il fine ultimo della propria volontà, e dunque il più alto grado di perfezione. Quanto oggi ci pare una strana ed esasperata deformazione non è frutto di un insufficiente saper fare, ma di un volere diversamente orientato. Non si poteva fare altrimenti perché non si voleva fare altrimenti.

Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, Torino, Einaudi 1975

 

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Filippo Luini, Dogali, 2014

Nessuna civiltà è pura


Nessuna civiltà è pura e lo «scontro di civiltà» è interno a ciascuna di esse. Ogni società comprende persone che sono preparate a vivere con gli altri in termini di rispetto e reciprocità, e persone che perseguono il beneficio della prevaricazione. Dobbiamo capire come produrre più cittadini del primo tipo e meno del secondo. Pensare, erroneamente, che la nostra società sia pura nel suo intimo alimenta non solo uno spirito aggressivo nei confronti dell’esterno, ma anche una cecità verso le ingiustizie perpetrate all’interno.

Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il Mulino 2011

 

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©Maurizio Cattelan, La nona ora, 1999

una crisi in atto


Se oggi una crisi è in atto, essa è innanzi tutto crisi di referenze (etiche, estetiche…), incapacità di misurare avvenimenti in un ambiente in cui le apparenze sono contro di noi. Aumentando lo squilibrio tra informazione diretta e informazione indiretta, frutto dello sviluppo dei vari mezzi di comunicazione, tendenti a privilegiare sconsideratamente l’informazione mediatizzata a detrimento di quella sensoriale, l’effetto di realtà soppianta, a quanto sembra, la realtà immediata.

Paul Virilio, Lo spazio critico, Bari, Dedalo 1998

 

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©Isabel M. Martinez, Carrousel (from the series Quantum Blink), 2011

Dove va la fotografia


Chiedersi dove va la Fotografia è come interrogarsi sul destino del telefono. Entrambi hanno prodotto le loro mutazioni una volta per tutte al punto che sembrano entrate a far parte del nostro patrimonio genetico.

Franco Vaccari, Apollo e Dafne: un mito per la fotografia, in Fotografia e inconscio tecnologico, Torino, Einaudi 2011

 

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