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Archivi Categorie: EDITORIALE

Certe malattie stagionali


Le mode sono come certe malattie stagionali: si diffondono in modo epidemico e non sempre sono a decorso benigno.
Nel campo della fotografia sicuri sintomi di contagio sono:

le piscine
(costituiscono un segno particolarmente funesto
se vengono inquadrati solo i particolari
o un nuotatore sotto il pelo dell’acqua)
i travestiti
le bambine in atmosfere sfocate
le camere da letto della Basilicata
o di Harlem
le donne incinte
le donne nude
le donne dipinte
il teatro
il teatro per le strade
gli obitori
le foto con i colori drogati

Franco Vaccari in Olivo Barbieri, catalogo della mostra, Rimini, Galleria dell’Immagine, 1983

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Certe scelte di oggetti


L’artista vive relegato in un presente assolutamente circoscritto che non conosce il desiderio e la possibilità del futuro, e per questo declassa, attraverso la pratica quotidiana, la storia alla pura terribilità della cronaca. E se la cronaca è una fitta rete di circostanze ossessionanti e banali, allora qualsiasi oggetto, anche l’oggetto umile e banale, acquista una funzione apotropaica e magica, di esorcizzazione del proprio malessere e di esercizio della propria smania, comunque, di vivere.  Anche l’aspetto feticistico di certe scelte di oggetti testimonia la presenza di questa libido, intesa come slancio vitale, che finisce con il risolversi su se stessa arroccandosi in situazioni isolate e disperate, invece di esercitarsi in una continuità di rapporto con il mondo.

Achille Bonito Oliva, Persona 2000 (il mondo è fatto della stessa stoffa del corpo) in , Appearance, a cura di Achille Bonito Oliva e Danilo Eccher, Milano, Charta 2000

 

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

 

©Tacita Dean, Day for Night, 2009 (video still)

Libri, numeri e matite


Stando ai rapporti sulla produzione editoriale dell’AIE  (fonte Il Giornale della Libreria) tra febbraio e marzo 2012 sono stati pubblicati 590 titoli del genere “arte” in particolare 79 del genere “fotografia”. Questi numeri aumentano nel bimestre settembre/ottobre (sarà l’effetto strenna natalizia) per arrivare a 853 sotto il genere “arte” con un dettaglio di 135 titoli di “fotografia”.

Ora, i numeri van sempre contestualizzati, ma vista così viene da pensare che c’è davvero tanto da guardare. Però se uno fa una prova e va in una libreria di medie dimensioni di una media città italiana credo proprio che dei 71 libri genere fotografia dichiarati in uscita a ottobre 2012, se è fortunato ne trova tre. E con una copia sola. Ovviamente la copia unica non più incellofanata ma aperta, perché uno deve pur essere libero di sfogliarlo e guardarlo il libro, prima eventualmente di comprarlo.

Allora, quella dell’acquisto dei libri è una procedura che ha infinite variabili, per quel che mi riguarda, non compro mai il primo della pila. Quella copia per intenderci che ha la copertina già un po’ aperta e la carta delle pagine che non è più liscia. Prendo sempre possibilmente quello sotto di due o tre, se è possibile.  Ma di un libro d’arte, o di fotografia, la copia aperta non la comprerei mai. Perché a meno che uno non usi i guanti di stoffa, la ditata sulle pagine c’è. Nello sventurato caso del bianco e nero poi,  quella ditata rimane a imperitura memoria. E allora, non per feticismo, ma se ditata fisiologica deve esserci, che sia la mia. O tutt’al più la ditata autografa dell’autore che ha firmato la copia, preferibilmente con una matita e senza dedica, che ogni collezionista poi ha le sue, di regole.

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Olivo Barbieri, Flippers 1977-78, Danilo Montanari Editore, Ravenna 2012

Le COSEsalve di Alberta Pellacani


Il titolo COSEsalve allude a una dimensione quasi vitale delle cose, come una sorta di vita autonoma indipendente e parallela a quella degli esseri umani. Guardando il video si ha quasi la sensazione che tu le abbia anche lasciate parlare, le cose, si può dire così?

Sono ancora coinvolta in questo lavoro, sono passati quattro mesi e posso dirti che le COSE ancora parlano, o perché sono state perse per sempre o perché le guardi le utilizzi e dicono di com’era la tua vita, i tuoi pensieri prima degli eventi sismisci di maggio scorso. Ciò che è successo ha coinvolto persone e paesi su un territorio di 70 chilometri con una devastazione materiale e soprattutto interiore notevole. Le COSE e le forme di pensiero che naturalmente di sedimentano nel corso della vita, hanno parlato attraverso le persone facendo emergere un’ interiorità sconosciuta, alla luce di una scelta che sembrava poter essere solo una fatalità remota: salvarle o perderle per sempre

L’uomo, le donne, la comunità per usare una parola, è al centro di molta tua ricerca recente, che spesso cerca un dialogo con lo spettatore/fruitore. Si parla spesso di arte pubblica, insomma. COSEsalve come si colloca all’interno di questo percorso?

Una parte del mio lavoro si dà, quando avvengono le giuste circostanze e il giusto contesto, come forma d’azione o di arte pubblica: come UUU UnaUnicaUnità, oppure il recente CUORIstorici. In questo ambito il pubblico porta a compimento l’intervento lasciando un segno diretto in un determinato tempo e luogo. COSEsalve è la mia prima esperienza di contatto con le persone di una comunità che avevano vissuto collettivamente un evento drammatico. Io stessa ne sono stata coinvolta direttamente.. nei primi mesi c’era un fiume umano di persone disorientate che parlavano sempre e solo di ciò che stava succedendo. Tutto era cambiato. La mia personale riflessione sul rapporto con le COSE è diventata la ‘chiave’ di un pensiero che si apriva a riflessioni interiori condivise, incontro dopo incontro. Mi sono resa conto che tutti avevano qualcosa da salvate che assumeva il valore simbolico di una zattera in un naufragio; qualcosa da cui ripartire.  Il video, che non è un documentario, mette in luce una forma di pensiero e relazione con le COSE condiviso da una comunità, evidente ancora oggi a ogni proiezione.

L’arte, così come la scrittura, per certi autori deve partire, riferendosi a Sklovskij, da un processo di straniamento. E’ stato possibile per te, nel caso di COSEsalve partire da questo punto fermo metodologico, visto il diretto e reale coinvolgimento? Penso ad esempio al fatto della conoscenza diretta di molte persone che hai fatto parlare nel video.

Il processo di straniamento esiste sempre. Io sono un imbuto, in ogni momento. Poi ci sono circostante, osservazioni che attivano tutto il processo creativo… elaborazioni e sentire, e sintesi finché tutto è chiaro. Ho vissuto il primo mese post sisma come dentro a una ‘bolla’, ciò che era ‘normale’ era diventato qualcosa di sconosciuto, opaco. E’ stata la partecipazione ad una inaugurazione che ha fatto scattare il processo del progetto e , tu ancora non lo sai, ma l’inaugurazione era quella in Metronom il 20 giugno scorso quando ho conosciuto tra i visitatori Antonella Monzoni che mi chiese la situazione, e nel parlare tutto è cominciato. Quella notte ho scritto il progetto, ho coinvolto Antonella e poco tempo dopo io facevo le riprese e lei le fotografie. COSEsalve è stata una necessità; dare voce a persone che non conoscevo  era come scrive su un foglio bianco, ero più libera dal coinvolgimento ma con un maggior senso d’inadeguatezza per come avrei trattato successivamente il materiale. Devo dire che la forma del montaggio che ho fatto tenendo a mente di come si dipinge un acquerello, è diventato quasi un linguaggio fatto di neri, di buchi, di sporcature e sovrapposizioni che funzionano.

Tricks and Falls, tre domande a Michele Buda


Metronom: Il movimento, l’azione, la figura non sono mai stati un punto centrale della tua ricerca, come nasce e come si è sviluppata la serie Skatepark?

Michele Buda: Questa ricerca nasce casualmente, nel senso che mi ci sono ritrovato perché accompagnavo mio figlio piccolo in uno Skatepark. Mentre facevo delle fotografie durante le sue evoluzioni ho capito che potevo provare a sviluppare un progetto sul mondo degli skaters. Il mezzo usato (una digitale 35mm) mi ha portato ad usarlo per quello che è stato principalmente progettato: la fotografia d’azione.
Nella serie ci sono anche delle immagini di parti della pista, è qui che ho cercato un collegamento con il mio lavoro precedente, anche se ho fotografato questi oggetti con la fotocamera settata e usata come se fossero degli snapshot.

M: Le fotografie di Skatepark non sembrano fotografie sportive e nemmeno riconducibili al genere di lavoro che molti autori hanno realizzato documentando le comunità skate, penso a Ari Marcopoulos o Ed Templeton, solo per citare due nomi, quanto conta lo skate in queste fotografie?

MB: E’ vero, ho cercato di evitare di fare delle fotografie sportive: per lo più sono fotografie di errori o salti disarticolati. Non compare mai il paesaggio circostante o il cielo che avrebbe aggiunto enfasi al gesto, ci sono solo delle figure schiacciate su una superficie che compare solo perché viene usata per le loro evoluzioni.
Gli autori che citi sono coinvolti direttamente col mondo degli skaters. Per me e per il mio modo di fotografare invece questo mondo, questi luoghi sono essenzialmente un pretesto. Quello che mi interessa della pratica dello skatebording è la continua insistenza a provare e riprovare gli stessi gesti, le stesse figure alla ricerca dell’esercizio perfetto. E a un livello di perfezione, o almeno ad avvicinarsi, si può arrivare  solo dopo molte e molte prove e cadute. E’ un atteggiamento che, ovviamente, mi piace assimilare alla pratica della fotografia.

M: Tricks and Falls è anche un libro fotografico in uscita a breve, quanto c’è di narrativo nel lavoro che proponi?

MB: Il libro è ovviamente diverso dalla mostra e in effetti ho cercato di dare una certa qualità narrativa alla sequenza del libro, ma nonostante questo tentativo rimango convinto che la fotografia non è la pratica più adatta per raccontare delle storie. Siamo noi che quando guardiamo delle fotografie cerchiamo di tessere una trama. E quindi il mio tentativo di racconto non è tanto sulla pratica o sul mondo dello skate, ma sul modo in cui guardiamo le cose attraverso la fotografia.

Scrapbook


Ho imparato la maggior parte di cose su mio nonno dopo la sua morte. Apparentemente teneva dei taccuini in realtà dei veri e propri album di ritagli, di scrapbook. E non si sta parlando di scrapbook di tipo Vittoriano, o di quelli già confezionati che si trovano oggi nei negozi. Uno scrapbook è di solito pieno di teneri ricordi o di oggetti di poca importanza, biglietti del treno o di piccole cose quotidiane che appartengono a momenti felici, riunioni familiari o testimonianze di traguardi conquistati. Possono anche essere il deposito della memoria di quelli che non ci sono più, o il luogo per fantasie dal sapore agrodolce costruite con cartoline e ritagli. Gli scrapbook di mio nonno erano qualcosa di completamente diverso ancora, dei lavori che chiaramente possono essere catalogati come esempi di un’arte fuori dagli schemi. Questi libri non rilegati, tutti sbrindellati, erano costruiti con carte adesive comprate al supermercato usate per tenere insieme fogli di carte di colore e tipo diverso. Joe Sr ha iniziato a costruire questi album nel 1973 dopo che il suo figlio di mezzo, Rocky, è stato ucciso dalla polizia, quando, impazzito, ha tenuto in ostaggio la sua famiglia con un fucile. Questi album infantili, dai colori arcobaleno raccoglievano immagini di famiglia, alcune recuperate da altri album, altre ristampate dai negativi. Alcune immagini erano ripetute, ma sempre rimontate in contesti diversi, per creare nuove e precise associazioni. Spesso gli oggetti che accompagnavano le foto di famiglia erano storie dettagliate di tragedie o violenza ritagliate dal giornale locale Daily Times. Joe avrebbe messo vicino una mia fotografia (nata lo stesso giorno in cui Rocky venne cremato) con un articolo che parlava di assassini seriali, o altrove con una nostalgica foto di JFK. Usava dei lunghi pezzi di nastro adesivo trasparente per fissare le fotografie, appiattendole e scrivendo commenti del tipo “è dura perdere un figlio” e “un vero inferno, non dimenticarlo mai”…. Mentre mio nonno distruggeva, in un tentativo di espressione, ritagliando gli album di famiglia e scrivendo sulle fotografie, attaccando ritagli di giornale e riviste di crimine nel mezzo della notte, mia nonna era di sotto, impegnata a lavorare alle sue riproduzioni in porcellana di bambole in stile vittoriano: Bye Lo Baby e Father Christmas.

Lisa Kereszi in Joe’s Junk Yard, Bologna, Damiani 2012

Tre domande a Marco Signorini


Inaugura sabato 18 febbraio alle 18.30 la mostra OPENSTUDIO, che propone una selezione di giovani autori provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Brera e dall’Accademia di Bologna. Ne parliamo con Marco Signorini, docente a Brera e selezionatore, insieme a Walter Guadagnini, della collettiva.

METRONOM: Rigoroso bianco e nero  ma anche fotografia a metà tra collage e installazione, nel mezzo un ampio ventaglio di tecniche, è stata una scelta oppure è effettivamente così variegato il modo degli studenti di confrontarsi con il dato tecnico della fotografia?

Marco Signorini: Direi che le modalità con le quali gli studenti si confrontano con la tecnica fotografica sono le più svariate, questo è vero. C’è un mix interessante fra analogico e digitale, bianco e nero e colore, moda e reportage. L’impressione è che la fotografia, come siamo stati abituati a pensarla, non possa più catalogarsi in categorie di genere, l’una attraversa l’altra. Tener conto di questo atteggiamento “aperto” è importante, credo faccia parte di una visione del mondo più libera dagli schemi, sia tecnici che linguistici. Non solo, credo sia anche portare totalmente la fotografia in un ambito artistico più generalizzato.

M: Le opere lasciano trasparire la tendenza all’espressione di una sensibilità individuale e di un proprio immaginario, nessuna traccia di temi “sociali” o “politici”, lo attribuisci alla giovane età e quindi alla voglia di esprimersi più che di confrontarsi?

MS: La risposta a questa domanda si ricollega in parte alla precedente, credo sia cambiato l’atteggiamento, che l’analisi del mondo circostante, da parte dei giovani, nasca da altri presupposti. Uno di questi è la messa in scena, oppure l’inserimento di se stessi all’interno delle loro selezioni, oppure l’aderire a poetiche trasversali che esprimono un certo modo di fare fotografia. Questo mette in discussione anche l’aspetto fortemente autoriale delle immagini prodotte, tanto che, navigando ad esempio su Flickr, poi avvertire più forte il fenomeno estetico così diffuso, più che distinguere i singoli autori che lo alimentano. In realtà, trovo tutto a suo modo impegnato, ma di difficile catalogazione.

M: Si registra una grande varietà di corsi, workshop e anche master dedicati all’immagine, c’è quindi molta richiesta di “formazione” specifica anche extra accademica, a tuo parere che cosa rende a tutt’oggi importante una formazione nelle Accademie di Belle Arti?

MS: Per quanto mi riguarda considero ancora importante un insegnamento istituzionale di valore, come potrebbe esserlo quello trasmesso nelle accademie nazionali.
Il fatto che non ci sia credibilità in queste istituzioni, con i relativi problemi di qualità dell’istruzione, sia in termini di docenza e di adeguati spazi attrezzati disponibili, è un fatto molto grave. Cosiderando poi, che c’è molta richiesta di formazione artistica, trovo questa disattenzione istituzionale paradossale in un paese come il nostro, che potrebbe trarre buoni profitti dalla cultura dell’arte e da un patrimonio artistico senza eguali.

Il libro fotografico è vivo. (ma l’Italia non se ne accorge)


La frequentazione di Parigi durante Paris Photo regala spunti a prescindere dalla fiera, peraltro sempre affollatissima nonostante l’upgrade della nuova sede del Grand Palais.

Ma partendo proprio dall’appuntamento clou non si può fare a meno di rendicontare su come gli stand degli editori fossero affollati di curiosi sì, ma con carta di credito in mano.

Crisi dell’editoria? Il libro d’arte non si vende? A giudicare dalla fila con transenne nello stand di Steidl non si direbbe. Complice un raffinato e curato catalogo editoriale, che alterna  proposte di autori emergenti o curate edizioni di artisti affermati a oculati e commercialmente appetibili riscoperte, la casa editrice tedesca si conferma, se mai ce ne fosse bisogno, un punto di riferimento. E grazie a un serrato programma di booksigning stuzzica il collezionista seriale così come il “solo potenziale” acquirente, che raramente resiste all’idea del feticcio. E così tra una edizione limitata di Martin Parr “The protest Book” 1000 copie a 380 euro e una trilogia a colori di Eggleston, tutti in coda per una dedica d’autore.

Da contraltare all’ostentazione decisamente charmant del Grand Palais, la seconda edizione di offprint non tradisce le attese. Negli spazi essenziali ma funzionali la fiera si propone come luogo di incontro e presentazione per emergenti nel campo della fotografia e per editori indipendenti.

E’ quindi un piacere aggirarsi tra i banchi spartani delle aule-sale alla ricerca o alla scoperta di libri introvabili perché al di fuori delle logiche di grande distribuzione o semplicemente piacevoli scoperte.

Quindi il privatissimo Mum&Dad di Terry Richadson, omaggio parentale che non risparmia decadenza e sofferenza in un rigorosamente nero cofanetto per  l’inglese Mörel Books, già presentato con onori e gadget di circostanza da Colette. O le edizioni giapponesi di abp passando per un territorio di riviste, sottobosco tutt’altro che di secondo piano.

Non manca la circostanza il ras tedesco Walter Konig e nemmeno la già citata Steidl con l’etichetta partner MACK. Non si fanno attendere quelli di selfpublish, cavalcando le difficoltà di promozione degli autori propongono un servizio più che dignitoso e di qualità.

E l’Italia? Non c’è traccia.

Eppure non è possibile pensare che non siano stati ammessi a partecipare. La tradizione italiana vanta iniziative editoriali indipendenti di tutto rispetto e come mancare allora un’occasione così ghiotta?

Paris & Photo


La capitale francese si conferma centro di elezione per le arti dell’immagine; un novembre ricchissimo in termini di offerta che contribuisce al dibattito e alimenta comprensione e riflessione sul contemporaneo scenario della fotografia.

Paris Photo non sbaglia nell’edizione 2011 appena conclusa: abbandonata l’angusta per quanto prestigiosa sede del Carrousel du Louvre, si è proposta negli ampi e scenografici spazi del Grand Palais e, giusto per dare qualche numero, con 135 espositori tra gallerie e editori con provenienze da 23 paesi. Come sempre un focus “geografico” a fare da traino alla manifestazione, quest’anno dedicata all’Africa che con i Rencontres de Bamako propone un’eccellente selezione di giovani autori oltre ai già affermati nomi di Malick Sidibè, David Goldblatt e Roger Ballen per citare alcuni tra quelli presentati dalla gallerie.

Ma la fiera è anche l’occasione per muoversi in città, seguendo un programma collaterale di “visioni” sempre molto ricco e curato. Vale la pena un viaggio alla delegazione parigina della Fondazione Gulbenkian, che alloggia in un nuovo spazio da pochissimo aperto al pubblico, proponendo una mostra di apertura a tema “territorio trasformato”. D’accordo il tema non è proprio una novità ma Transformed land è una ricognizione del lavoro di nove autori raccolti intorno al modo di rappresentare il paesaggio che parte sì da un’attenta indagine topografica del territorio, per ampliarsi poi verso le connotazioni storiche e culturali che le trasformazioni portano con sé.

Il danese Joachim Koester ci offre un esempio di questa tendenza con un lavoro costruito sull’opposizione tra realtà e, intesa come immaginazione letteraria, che trova il suo compimento nella serie From the Travel of Jonathan Harker, dieci fotografie scattate nella valle di Burgau in Transilvania, nei luoghi che hanno costituito lo scenario per il Dracula di Bram Stoker. Nel 2003 Koester ripercorre i luoghi attraversati dal protagonista del romanzo in un viaggio che documenta un territorio variamente modificato da eventi atmosferici ma anche da recenti speculazioni edilizie che si affiancano alle “rovine” del comunismo, costruendo un leggibile intreccio tra memoria letteraria e presente.

La ricerca fotografica del belga Geert Goiris si affida ad una cifra chiara e netta, oggettiva, che sorprende però nell’approccio assolutamente meditativo con cui affronta i luoghi e il paesaggio. “Viaggio esplorando i luoghi che mi incuriosiscono”, dichiara al limite del banale Goiris, le sue fotografie hanno però una resa tutt’altro che banale, accompagnandoci in un raffinato gioco di associazioni tra luogo geografico e matassa tematica contemporanea.

Sono al limite del naturalismo le fotografie realizzate dall’americano Collier Schorr che propone una serie di “composizioni” di fiori inserite nel paesaggio. Rinunciando a qualsiasi connotazione storica, geografica o politica del territorio, Schorr ci trasporta in una dimensione in cui il tempo è contemporaneamente sospeso e dilatato, grazie a una costruzione quasi iper-realista che non può non suggerire riflessioni sull’uso iconico dell’immagine contemporanea.

Sempre di territorio e di luoghi si parla a Le BAL, istituzione fondata dall’associazione “amici” dell’agenzia Magnum che, fedele alla vocazione documentarista, propone la mostra collettiva Topographies de la Guerre. Il taglio della mostra esclude volutamente scene esplicite di conflitto aperto, di morte, di battaglia per proporre una variazione sul tema utilizzando l’approccio topografico: ciò che accomuna i lavori presentati è la totale assenza della figura umana.

Si ritrova quindi la ricerca del libanese Walid Raad, con una parte dell’archivio del fittizio collettivo Atlas Group, creato da Raad come depositario della storia del Libano contemporaneo: le mappe i simboli che le abitano costituiscono la testimonianza di una nuova entità geografica.

L’approccio di Paola de Pietri, decisamente più canonico visivamente parlando, fotografa le tracce della Prima Guerra Mondiale, trincee, bunker o fortificazioni tra Alpi, Prealpi e Carso, in cui l’elemento naturale prende il sopravvento sulla rovina, inglobandola quasi riappropriandosene. Citazioni da Deserto dei Tartari per una celebrazione del paesaggio che diventa scena e soggetto al tempo stesso, in totale assenza di azione.

Gli Outposts di Donovan Wylie sono le torri di vedetta che gli inglesi costruirono a delimitare il confine tra Irlanda del Nord e del Sud. Una volta dismesse sono state a più riprese smantellate e riutilizzate in un altro territorio di guerra, l’Afghanistan. Un sottile gioco di allusione e denuncia, un riciclo ecologicamente sinistro che lega il passato a un presente in cui il conflitto, tra censure e tecniche di guerra, è sempre più difficilmente documentabile, rendendo necessario il gioco di “andare oltre le apparenze”.

In tutto questo viaggio di meta riflessioni sulla documentazione, tra citazioni di Augè e più o meno nuove vie per la fotografia contemporanea, è una ventata di leggerezza visiva la mostra di Markus Raetz allestita alla Bibliothèque National de France. Partendo da oggetti quotidiani anche di duchampiana memoria o con dichiarate citazioni magrittiane, Raetz regala un crescendo di sorprese per un’arte che è un dare e ricevere continuo. Tra linguaggio, percezione e giochi mentali, nella selezione di stampe e sculture proposte in mostra si raccolgono infiniti spunti di riflessione per un lavoro che chiede, anzi, necessita, delle connessioni occhio/cervello dello spettatore. Un invito a guardare attraverso il “binocolo” che ognuno di noi possiede per ottenere un sofisticato gioco di relativismo artistico.

courtesy Paneacqua

Le Professioni dell’Arte


Non solo artisti, il meraviglioso circo dell’arte contemporanea si regge grazie ad una manodopera estremamente formata e professionale che vive principalmente di entusiasmo.  Gli artisti italiani, giovani e mid-career,  lamentano di dover svolgere altri lavori per “vivere” cioè per pagare affitto e bollette e quindi vai con gli impieghi negli studi di grafica o, per i fotografi, i lavori su commissione che pagano bene ma affossano gli animi.

Ma a chi è affidato il compito di lavorare con e per gli artisti? A un esercito di variamente laureati che si sfiancano a suon di gavetta non retribuita come curatori, redattori, allestitori…

Non è una novità, una recente inchiesta trasmessa da una nota trasmissione televisiva ha svelato- per chi non lo sapesse già- che il precariato e, soprattutto, lo sfruttamento di forza lavoro, è connaturato ad un certo ambito di professionalità che si può genericamente definire “creativa”. Quindi sembra normale che un laureato in architettura debba svolgere periodi decisamente lunghi di tirocinio formativo non retribuito e “considerarsi fortunato perché qui vede come si lavora e può imparare”, oppure le redazioni di quotidiani nazionali che vivono grazie a schiere di giornalisti pagati – da fame – al pezzo. Ha mostrato il re nudo uno scambio epistolare tra il direttore e proprietario di una nota rivista di arte contemporanea italiana, complice un pubblico annuncio di offerta lavoro, posizione “assistente di redazione”. Reale o fittizio che sia  lo scambio di e-mail (l’annuncio è reale, così come i requisiti richiesti e la decisamente fastidiosa referenza di “ turnover dovuto al fatto che i loro redattori sono chiamati a più alti, importanti e remunerativi incarichi”) mostra quasi con ingenuità una modalità di potenziale sfruttamento.

Nessuno scandalo, la pratica del tirocinio è universalmente diffusa, ma farla “cadere dall’alto” e concepirla come un obbligatorio rito di iniziazione è quantomeno fastidioso. Come spesso accade, ed è deprimente doverlo fare notare, la modalità italian style di gestire certe situazioni è all’insegna della cafoneria e dell’arroganza. Con una veloce e nemmeno troppo raffinata ricerca in rete si vede come istituzioni come la Tate, Londra, comunicano una chiara e trasparente offerta di “job vacancy” nella quale sono inclusi anche periodi di tirocinio non retribuito. I ruoli sono definiti con chiarezza così come gli orari di lavoro. Ci sono poi casi addirittura di gallerie private che offrono più o meno lunghi periodi di tirocinio dove, udite udite, rimborsano spese di viaggio e offrono il pranzo. Come dire almeno non devo spendere per lavorare. Ovviamente si fa riferimento a opportunità formative e ambiente di lavoro stimolante, ma vien da chiedersi, chi accetterebbe di fare un tirocinio in un ambiente di lavoro potenzialmente poco stimolante?

Non è tutto oro quello che luccica, e c’è da dire che il proliferare nell’ultimo decennio in Italia di offerte formative più o meno dignitose all’insegna del “management culturale” hanno ingrossato le casse di università pubbliche e private  sfornando schiere di giustamente aspiranti professionisti senza ce ne fosse effettiva richiesta. In Italia il reclutamento di enti e istituzioni culturali pubbliche avviene oramai quasi solo per concorso, le poche istituzioni private raramente comunicano “job vacancy” che sono perlopiù affidate a passaparola, o a segnalazioni “mirate”, contribuendo a far apparire il sistema arte contemporanea come qualcosa di elitario e poco accessibile. Forse, ancora una volta, sta proprio a chi vive e lavora in un settore che lotta per affermarsi come un reale settore produttivo, fare in modo che canoni e modalità di reclutamento siano all’insegna della professionalità e della trasparenza. Per evitare di sentirsi – nemmeno troppo a mezze parole – porre l’interrogativo “quello dell’arte è un ‘mestiere’ oppure un passatempo?” Forse è questa la domanda alla quale operatori a vario titolo dovrebbero chiaramente rispondere, non a parole ma con i fatti.