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Archivi Categorie: Metronom

molti fotografi professionisti


Il fatto che molti fotografi professionisti affermino di fare ben altro che una mera registrazione della realtà è il più evidente indice dell’enorme influenza che la pittura ha, a sua volta, avuto sulla fotografia. Ma per quanto i fotografi siano arrivati a condividere, in parte, i medesimi atteggiamenti sul valore intrinseco della percezione, esercitata come fine a se stessa, e sulla (relativa) non importanza del soggetto, che hanno dominato per oltre un secolo la pittura più avanzata, le loro applicazioni di questi atteggiamenti non possono essere eguali a quelle dei pittori. È infatti nella natura di una fotografia l’impossibilità di trascendere del tutto il soggetto, come invece può fare un quadro. E non può neanche andare oltre il visuale, cosa che in un certo senso è l’obiettivo supremo della pittura modernista.

Susan Sontag, L’eroismo della visione, in Sulla fotografia, Torino, Einaudi 2004

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©Nobuyoshi Araki, Paradise, courtesy Shiseido

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Un viaggio della mia testa


Il cimitero di Aldo Rossi, che mi è sempre sembrato molto bello, mi ricordo, quando avevano iniziato a costruirlo, ci ero stato due o tre volte con mio padre, e avevamo guardato un po’, avevano già costruito la prima lunga casetta dormitorio dei morti e forse anche la seconda e io me la ricordo di un colore rosino grigiastro, con un tetto con uno spiovente più aguzzo dei nostri, con una pendenza nord-europea e poi con delle finestrine quadrate e insomma il tutto a guardarlo dava un po’ l’impressione degli edifici dei lager tedeschi e infatti se cerco di ricordarmi, nel ricordo anche il cielo sopra al cimitero del ricordo è sempre un cielino grigiastro da foschia e con quei freddini che ti senti malaticcio e questa idea di cimitero lager mi piaceva, mi sembrava così adatta a un sentimento della morte come deportazione. Uno è vivo si sta facendo la sua vita un po’ come può, e si lamenta, ma sta anche bene, e invece una mattina, o un pomeriggio, arrivano le squadracce da deportazione dell’aldilà, ti strappano via dai parenti, ti infilano sulla camionetta e via, deportato a San Cataldo Nuovo. E mi sembrava di sapere quale lager aveva copiato l’architetto, eccetera. E invece ci sono tornato due o tre volte negli anni seguenti, anche l’altro giorno, e tutto è colorato, c’è quel bel cubo rosso al centro con tutti i finestrini quadrati, e il cielo sembra azzurrissimo, che fa quasi voglia. E mi veniva da chiedermi che cosa avevo visto una volta, e se questa parvenza del lager era vera, o se era un viaggio della mia testa.

 

Ugo Cornia, Cimiteri II, in Ugo Cornia e Giuliano Della Casa, Modena è piccolissima, Torino, EDT 2009

 

Ghirri

 

 

 

 

 

 

 

Luigi Ghirri, Modena, Cimitero di Aldo Rossi, 1985 ©Eredi Ghirri

L’arte vera


L’Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui tempi, se paragonata al sistema e alla polizia. L’Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere – minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose. “Oscenità” è la parola che usano per giustificare la propria depravazione e per censurare le opere e per fare irruzione negli avamposto degli uomini creativi.

 

Charles Bukowski, Saggio senza titolo. Dedicato a Jim Lowell, in Azzeccare i cavalli vincenti, Milano, Feltrinelli 2013

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©Luca Vitone, Souvenir d’Italie, 2010 (dettaglio)

Un pensiero di superficie


Oggi, se qualcuno (intellettuale, uomo di scienza e naturalmente politico) ha un pensiero da affermare, e dunque da rendere pubblico, si trova davanti a una strada obbligata: tentare di spettacolarizzarlo attraverso i media. Se non ci riesce (anche nel caso ci riesca passando attraverso media alternativi, come internet), deve comunque mettere in conto che questo suo pensiero subirà un trattamento alquanto pesante. Diventerà un pensiero di superficie, cioè superficiale, e diventerà un pensiero decisamente semplificato, per non dire semplicistico. Non basta scrivere un libro intelligente, perché questo libro, nella stragrande maggioranza dei casi, resterà lettera morta se non raggiungerà la finestra mediatica, e quindi se non si esporrà alla superficialità e alla semplificazione. Una semplificazione che ha molte facce: quella più sintomatica è la riduzione di ogni discorso a un banale schema morale a due valori, il bene e il male, e alla lotta più o meno eroica tra uno e l’altro.

Pier Aldo Rovatti, Noi i barbari, Milano, Raffaello Cortina 2011

McCarthy

 

 

 

 

 

 

©Paul McCarthy, Chocolate Factory in Paris, 2014

 

I normali comportamenti


La macchina fotografica, la cinepresa, scatenano automaticamente dei comportamenti, una volta che questi mezzi vengono introdotti nella pubblica piazza (pensiamo, per esempio e banalmente, al gesto delle corna durante le foto di classe o di gruppo). Bene, sono proprio questi comportamenti che in qualche modo disturbano l’operatore tecnico che dirige il mezzo rappresentativo, per la grande maggioranza dei casi, un operatore che tiene in mano una cinepresa o una macchina fotografica tenterà in tutti i modi di escludere i normali comportamenti dell’uomo rispetto al mezzo tecnologico che ha modificato la sua antropologia. E proprio questi comportamenti sono parte di quello che i fotografi hanno sempre tentato di escludere.

 

Fabrizio Bellomo, Le persone sono più vere se rappresentate, Milano, Postmedia 2014.

Di Cicco

 

 

 

 

 

 

©Donatella Di Cicco, Dolls, 2005

 

L’llusione del mutamento


Anche se non siamo più capaci di trasformazioni profonde, sentiamo il bisogno insopprimibile di cambiare. Ma come possiamo vivere l’illusione del mutamento continuo garantendo la stabilità del nostro io e del nostro mondo, senza di cui ogni giorno saremmo alla disperata ricerca di noi stessi? La moda risponde a queste opposte esigenze e, a un livello accessibile a tutti, compone sul registro degli “abiti” e delle “abitudini”, quella variazione dell’identità e del mondo che ci consente, senza mutare intimamente, di accedere ogni giorno a una novità.

Umberto Galimberti, Il gioco delle opinioni, Milano, Feltrinelli 1989

 

 

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©Benedetta Alfieri, Sorelle, 2004

L’inaugurazione della Biennale


Una delle cose che s’imparano con l’esperienza, quando si va all’inaugurazione della Biennale (per i non addetti tre giorni, se non quattro, di vernice con visite, feste, inaugurazioni in cui s’incontra chiunque abbia un minimo a che fare con il mondo dell’arte, o almeno vorrebbe farlo credere), è che bisogna nel più breve tempo possibile dotarsi di due o tre frasi giuste e possibilmente d’effetto per commentare il tutto. Verso le undici, massimo le dodici, del primo giorno (cioè quando non si è ancora visto quasi nulla) bisogna avere già pronta una opinione prêt-à-porter da rilasciare con nonchalance ogni volta che si incontra qualcuno, cioè continuamente. Incontri che durano al massimo cinque minuti, perché tanto, ci si dice, poi ci rivediamo e parliamo un po’ con calma (e per rivedersi ci si rivede, ma per le parole calme non c’è mai il tempo). Va da sé che è assolutamente irrilevante quanto queste frasi dicano della mostra. Mentre è assolutamente rilevante quello che dicono di chi le dice.

Maria Perosino, Io viaggio da sola, Torino, Einaudi 2012

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©IOCOSE, A Crowded Apocalypse – If The Kids Are United, 2013

Il bello naturale


Per nessun motivo il bello naturale deve venir considerato condizionante ai fini dell’opera d’arte, anche se nel corso della sua evoluzione sembra aver assunto particolare valore, e in alcuni casi essersi addirittura identificato con essa. Di tale presupposto si deve dedurre che, per principio, le leggi artistiche peculiari non hanno nulla a che spartire con l’estetica del bello naturale. Non si tratta, ad esempio, di analizzare in quali condizioni un paesaggio appaia bello, ma in quali la rappresentazione di quel paesaggio divenga un’opera d’arte.

Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, Torino, Einaudi 2008

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

©Marco Signorini, Random Projects, 2014

Logiche e strategie


Gli artisti recenti, dopo aver consolidato i legami con le logiche e le strategie del concettuale post-duchampiano, detonatore del potenziale estetico, hanno ricollocato il baricentro dell’arte intorno al pubblico e al suo ruolo decisionale; e hanno inoltre intrapreso, alla luce dei nuovi scenari storico-culturali, una ridefinizione generale dell’identità dell’arte. Sottesa, comunque, alla dimensione dell’estetico, oramai affermatasi nell’arte contemporanea globale, si può ancora oggi constatare una tendenza al recupero, al ripensamento, alle riletture critiche, e proprio in virtù di tale atteggiamento si riscontra negli artisti più giovani la necessità di rifarsi al medium della fotografia.

Pier Francesco Frillici, L’arte dopo la fotografia, in Generazione Critica. La fotografia in Italia dal Duemila, a cura di M. Manni e L. Panaro, Ravenna, Danilo Montanari Editore 2014

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

©Rä di Martino, No More Stars (Abandoned Movie Set, Star Wars) 33°59’39 N 7°50’34 E Chot El-Gharsa, Tunisia 03 September , 2010

Chissà?


Tutta l’arte moderna è astratta nel senso che è attraversata dall’idea molto più che dall’immaginazione delle forme e delle sostanze. Tutta l’arte moderna è concettuale nel senso che, nell’opera, feticizza il concetto, lo stereotipo di un modello cerebrale dell’arte – esattamente come ciò che viene feticizzato nella merce non è il valore reale, ma lo stereotipo astratto di quel valore. Votata a questa ideologia feticistica e decorativa, l’arte non ha più una esistenza propria. In questa prospettiva, si può dire che stiamo avviandoci a una sparizione totale dell’arte in quanto attività specifica. Il che può portare, sia a un trasferimento dell’arte nella tecnica e nell’artigianato puro, ed eventualmente nell’elettronica come si può vedere ovunque, sia a un ritorno verso un ritualismo primario in cui qualsiasi cosa fungerà da gadget estetico e l’arte finirà nel kitsch universale, proprio come a suo tempo l’arte sacra è finita nel kitsch delle immaginette religiose. Chissà?

Jean Baudrillard, Il complotto dell’arte, Milano, SE 2013

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

 

©Paolo Consorti, Rebellio patroni, 2011