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al di qua


Se, secondo Platone, il sofisma del pittore consisteva nel dare a vedere il proprio “miraggio” solo a distanza, di quale miraggio si tratta oggi, con la televisione del mondo in tempo reale? L’apertura gotica dei grandi rosoni delle cattedrali, nella sua antica complicità con numerosi pittori e maestri vetrai, mi è sempre apparsa non tanto un’apertura sul cielo quanto sulla luce dell’al di là. Ma, ormai, con la trans-apparenza elettromagnetica, l’illuminismo teleobiettivo non sfocia che nell‘al di qua!

Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, Cortina, Milano 2007

 

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©Thomas Struth, Duomo di Milano (facciata), 1998

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aver visto tutte le foto


Non posso certo dire di aver visto tutte le foto. Non dico i notturni più importanti o celebri nella storia della fotografia. Neanche tutte le fotografie pubblicate di Olivo Barbieri. Né, come almeno la mia golosità desidererebbe, tutti i provini di queste sue notti. Ignaro, casuale, e solo pieno di passioni verso questo o quello, verso un libro o una esposizione (fin troppo naturalmente prediligo foto cieche o fatte da ciechi), conosco con eccessiva evidenza l’angoscia della fuga di immagini. Già un solo film (anche il più brutto dei filmetti porno) è per me un abisso di immagini, un insieme che non posso fisicamente percepire nei suoi tratti -fotogrammi per quanto io sappia che esistono, a differenza che nel (detto) vivere dove solo ne avverto le miriadi di salti, i punti di frattura e di passaggio insieme.

Enrico Ghezzi, A fuoco la notte? in Olivo Barbieri, Illuminazioni artificiali, Federico Motta, Milano 1995

 

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©Olivo Barbieri, Milano, Italy, 1989

La mia idea


La mia idea è che uno degli effetti tendenziali delle nuove tecnologie della visione sia quello di progettare (alla lettera: di proiettare, di metterci davanti agli occhi) un mondo indifferente. Un mondo che avrebbe ridotto, o addirittura perso, il requisito dell’alterità, su cui ho richiamato ripetutamente l’attenzione. Un mondo che, sempre più ampiamente e capillarmente assimilabile al suo simulacro riproducibile (sempre più dipendente da un afferramento intuitivo amministrato dalla tecnica), non riuscirebbe più a farsi sentire nella sua differenza e ci renderebbe pertanto indifferenti nei confronti della referenzialità dell’immagine, che tuttavia non verrebbe in alcun modo sospesa.

Pietro Montani, L’immaginazione intermediale, Bari, Laterza 2010

 

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©Sebastian Stadler, L’apparition, 2015

 

 

L’arte vera


L’arte vera non ha mai, né mai dovrebbe, rappresentato ma presentato. L’arte è basata sulla realtà, ma vive indipendentemente da essa, senza guardare al trampolino dal quale si lancia nell’oceano dell’Essere. L’arte vera è Essere; e con Jehova dell’Antico Testamento dovrebbe rispondere, se richiesta cos’è: «Io sono Colui che è».

Bernard Berenson, Piero della Francesca. O dell’arte non eloquente, Milano, Abscondita 2007

 

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©Nino Migliori, Il tuffatore, 1951

Un prodotto del lavoro umano


Guardiamo dipinti, leggiamo poesia, ascoltiamo Bach o Stravinsky, e siamo consapevoli, inevitabilmente, che l’oggetto della nostra attenzione è un’opera d’arte. Un’opera nel senso di un prodotto del lavoro umano;  e anche qualcosa che cade sotto il concetto di arte. Scriviamo un romanzo, componiamo un brano musicale, facciamo un vaso. E di nuovo, alla fine non c’è semplicemente il frutto di un lavoro, poiché invece l’opera – la nostra opera, questa volta – è stata regolata dal concetto di arte. Quindi, sia come pubblico dell’arte sia come produttori di essa, sembra che siamo impegnati al tempo stesso da artefatti e da un concetto. L’arte e i suoi oggetti procedono indissolubilmente connessi.

Richard Wollheim, L’arte e i suoi oggetti, Milano, Marinotti 2013

 

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©Wayne Thiebaud Jolly Cones, 2002

Stiamo girando pagina


Stiamo girando pagina. La fotografia chimica ha raggiunto la maturità come cultura della visione e ha chiuso un ciclo. Se, più che una determinata tecnica di rappresentazione, era un sistema che intendeva la fotografia come una cultura particolare che sosteneva alcuni valori, dobbiamo ora capire se la fotografia digitale continuerà a sostenere quei valori o, giustamente, li sostituirà con altri. I metodi sono eredi del loro passato. Com’è noto, tutti gli elementi che intervengono nel processo fotochimico della fotografia erano conosciuti già prima della data della divulgazione del dagherrotipo: Aristotele menziona i principi ottici della camera oscura; gli alchimisti arabi conoscevano le proprietà fotosensibili dei sali d’argento.

Joan Fontcuberta, La (foto)camera di Pandora, Roma, Contrasto 2012

 

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Amc2 journal Issue 9, Amore e Piombo, London October 2014

Il dotto


Il dotto, che in fondo non fa che «compulsare» libri – circa duecento al giorno per il filologo medio – finisce con il perdere completamente la capacità di pensare per conto suo. Se non compulsa non pensa. Quando pensa risponde a uno stimolo (– un pensiero letto) – e alla fine reagisce e basta. Il dotto dedica tutta la sua forza a dire sì o no, a criticare ciò che è già stato pensato – ma egli stesso non pensa più… il suo istinto di autodifesa è infrollito; altrimenti si difenderebbe dai libri. Il dotto – un décandent. – L’ho visto con i miei occhi: nature dotate, ricche e libere, già a trent’anni tutti «morti dal leggere», ridotti come dei fiammiferi, che si sfregano perché facciano delle scintille – dei «pensieri». La mattina presto, all’inizio del giorno, freschi, all’aurora della propria forza, leggere un libro – bene, per me questo è vizioso!

 

Friedrich Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, Torino, Adelphi 1981

Playtime

 

 

 

 

 

 

©Isaac Julien, ECLIPSE (Playtime), 2014

Polvere senza significato


Nella misura in cui l’identità deriva dalla sostanza fisica, dalla storia, dal contesto, dal reale, non riusciamo a immaginare che qualcosa di contemporaneo (di fatto da noi) possa contribuire a costruirla. Ma il fatto che la crescita dell’umanità sia esponenziale implica che il passato a un certo punto diventi troppo «piccolo» per essere abitato e condiviso da chi è vivo. Noi stessi lo esauriamo. Nella misura in cui la storia si sedimenta nell’architettura, l’attuale quantità umana inevitabilmente esploderà e consumerà la sostanza precedente. L’identità concepita come questo modo di condividere il passato è un’affermazione perdente: non solo in un modello stabile di continua espansione demografica c’è proporzionalmente sempre meno da condividere, ma la storia stessa possiede una emivita odiosa: più se ne abusa meno si fa significativa, finchè i suoi vantaggi depauperati diventano dannosi. Questo assottigliamento viene esasperato dalla massa in costante crescita di turisti, una valanga che, alla ricerca perpetua del «carattere», macina identità di successo fino a ridurle in polvere senza significato.

Rem Koolhaas, Junkspace, Macerata, Quodlibet 2006

 

Shonan International Village 1, 1998 (Custom)

 

 

 

 

 

 

 

©Takashi Homma, Shonan International Village 1, 1998

 

Le risorse dell’artista


Le risorse dell’artista – modi di riferimento, letterali e non letterali, denotazioni e non denotazioni, realizzati ricorrendo ai mezzi più diversi – appaiono molto più gravide di conseguenze di quelle dello scienziato. Ma supporre che la scienza sia piattamente e pedestremente linguistica, letterale e denotazionale vorrebbe dire non tenere conto, ad esempio, di aspetti quali l’uso frequente di strumenti analogici, della metafora implicita nella misurazione quando uno schema numerico viene applicato a un nuovo campo, o del vocabolario corrente della fisica e dell’astronomia, in cui si parla di attrazione, di singolarità e di buchi neri. Anche se il prodotto ultimo della scienza è, a differenza di quello dell’arte, una teoria letterale, verbale, matematica, denotazione, la scienza e l’arte procedono di pari passo nella loro ricerca e nella loro costruzione.

Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, Bari, Laterza 2008

 

Paper III _ Sinigaglia

 

 

 

 

 

 

 

 

©Alberto Sinigaglia, Paper III, 2012

Imitazioni e artifizi


Viviamo in un’epoca di imitazioni e di artifizi, in cui ogni spiritualità si converte in affarismo e ufficialità, in cui tutto viene fatto in vista di un rendimento, in cui la vita è una mascherata, un tempo in cui l’uomo non perde mai di vista ciò che è, in cui la semplicità stessa è voluta e l’ebbrezza dionisiaca fittizia come l’arte che la esprime, arte di cui l’artista è troppo consapevole, e compiaciuto di esserlo. In una simile epoca, è forse la follia la condizione di ogni autenticità in campi in cui, in tempi meno incoerenti, si sarebbe stati capaci di esperienze e di espressioni autentiche anche senza di essa? Assistiamo forse a una danza forsennata per giungere a qualcosa che si perde nel grido, nel gesto, nella violenza, nel narcisismo, in una piattezza, in una sciocca ricerca del primitivo, fino a giungere a una dichiarata ostilità verso la cultura?

Karl Jaspers, Genio e follia, Milano, Raffaello Cortina 2001

 

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©Roger Ballen, Cat Catcher, 1988