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un eterno presente


Lo spettacolo crea un eterno presente di aspettative immediate e la memoria cessa di essere necessaria o desiderabile. Con la perdita della memoria abbiamo perso anche la continuità di significato e di giudizio. La macchina fotografica ci solleva dal peso della memoria. Come Dio, ci sorveglia e sorveglia in nostra vece. Ma nessun altro dio è mai stato così cinico, poiché la macchina fotografica registra allo scopo di dimenticare.

John Berger, Sul guardare, Torino, Einaudi 2009

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Esther Mathis, 72 days (Oleggio), 2013

Tre domande a Esther Mathis


METRONOM: Ambiente, fenomeno naturale, registrazione, sono tre concetti che sembrano fondanti del tuo lavoro, si può rintracciare una gerarchia, un punto di avvio tra questi per la tua ricerca?

ESTHER MATHIS: Cerco sempre di analizzare quello che mi circonda per capire meglio, perché vedo o sento certe cose. Ognuno di noi ha una differente percezione del mondo, che viene tra altre cose influenzata dalle nostre esperienze. Per questo ho iniziato a escludere la possibilità di trovare un linguaggio che vale per tutti; invece cerco di analizzare le cose che ci circondano con un metodo più scientifico, che forse mi riesce a dare delle risposte anche alle domande più personali che parlano di relazioni e sentimenti.

 

M:Per una attività di ricerca, di registrazione, il risultato quasi al limite dell’astrazione che caratterizza il tuo lavoro può sembrare un controsenso, il dato dovrebbe essere leggibile… è davvero così?

EM: Le immagini hanno la particolarità che possono aprire delle porte dentro le persone che le guardano. E per ognuno saranno porte diverse. O magari anche nessuna. Questa loro carattere di indefinitezza vorrei proprio lasciare non sfiorato o mutato. Metto in campo due tipi di ricerca: uno è un tentativo di trovare un’immagine interiore nella natura che poi è spesso in forma di un paesaggio. Anche se la sua forma è visibile e ben definito lascia spazio all’osservatore di interpretarlo fino ad un certo punto, utilizzando la propria esperienza. In altri casi parto da una ricerca molto esatta, precisa, per catturare degli indizi o residui. Seguo poi questi indizi, e a volte mi portano ad un risultato totalmente astratto come il lavoro dei portanegativi. In questo secondo caso l’osservatore è invitato a rintracciare la mia ricerca proprio perché il lavoro finale é astratto e si mostra al primo sguardo come una cosa che non è. Cerco sempre di attirare l’attenzione della persona che guarda per poi provocare una reazione. Mi concentro più su cosa provocano le mie opere che su cosa sono.

 

M:La presentazione del tuo lavoro è spesso un insieme di tecniche diverse, c’è molta competenza e cura per ciò che riguarda la resa l’immagine, sia fotografica che video, allo stesso tempo però l’installazione è altrettanto importante per una lettura completa delle opere, è una pratica che trovi attuale nel modo di interpretare l’immagine contemporanea o è la risposta a una tua esigenza precisa?

EM: Vengo dal mondo della fotografia ma sono sempre stata brava a costruire cose. L’uso delle tecniche diverse viene da esigenze varie che richiedono alcuni lavori. A volte serve la registrazione di tempo per visualizzare un momento, un processo. E in un caso cosi mi adatto al progetto e uso video. Come questo esempio vale anche per le istallazioni e le fotografie. Ogni progetto ha una sua forma e mi costringe di usare il medium adatto.

 

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©Esther Mathis – untitled 01 – gelatin silver print of a hair sample.