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Archivi delle etichette: Fotografia contemporanea

Come ogni artista autentico


Come ogni artista autentico, Franco Vaccari è dominato da un’idea, da un’ossessione originaria che presiede ai suoi interventi: se si arriva a capirla, riesce poi facile trovare il filo logico per seguire anche quelli, nonostante un trasformismo incessante che li porta a presentarsi in panni via via mutati, senza arrivare mai a depositarsi in un modulo fisso e ripetitivo, come invece succede in tanti altri casi. Quest’idea ossessiva originaria si può esprimere così: oggi viviamo in un flusso di notizie, avvenimenti, immagini che rischia di divenire invisibile, inudibile, inafferrabile per il suo stesso eccesso, per troppa presenza e flagranza. Si tratta allora di produrre degli sfoltimenti, in quel “tutto pieno”, ma in modo tale da non tradirlo, anzi, da consentirgli un grado adeguato di rivelazione.

Renato Barilli, Franco Vaccari, Opere: 1966- 1986 in Feedback, Scritti su e di Franco Vaccari, a cura di Nicoletta Leonardi, Milano, Postmedia 2007

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©Giorgio di Noto, The Iceberg, 2015

 

 

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come l’automobile


Come l’automobile, la fotografia ha creato nuove realtà. In parte la difficoltà di distinguerle è dovuta al fatto che molti di noi, anche in mancanza di macchina fotografica, visualizzano il mondo come una fotografia.

«La mia visione del mondo era una visione fotografica, come ritengo sia più o meno per tutti, non crede? – affermò lo scultore Alberto Giacometti oltre quarant’anni fa. – Non vediamo mai le cose, le vediamo sempre attraverso uno schermo».

Fred Ritchin, Dopo la fotografia, Torino, Einaudi 2012

 

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©Thomas Mailaender, Cathedral Cars, 2004

al di qua


Se, secondo Platone, il sofisma del pittore consisteva nel dare a vedere il proprio “miraggio” solo a distanza, di quale miraggio si tratta oggi, con la televisione del mondo in tempo reale? L’apertura gotica dei grandi rosoni delle cattedrali, nella sua antica complicità con numerosi pittori e maestri vetrai, mi è sempre apparsa non tanto un’apertura sul cielo quanto sulla luce dell’al di là. Ma, ormai, con la trans-apparenza elettromagnetica, l’illuminismo teleobiettivo non sfocia che nell‘al di qua!

Paul Virilio, L’arte dell’accecamento, Cortina, Milano 2007

 

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©Thomas Struth, Duomo di Milano (facciata), 1998

La mia idea


La mia idea è che uno degli effetti tendenziali delle nuove tecnologie della visione sia quello di progettare (alla lettera: di proiettare, di metterci davanti agli occhi) un mondo indifferente. Un mondo che avrebbe ridotto, o addirittura perso, il requisito dell’alterità, su cui ho richiamato ripetutamente l’attenzione. Un mondo che, sempre più ampiamente e capillarmente assimilabile al suo simulacro riproducibile (sempre più dipendente da un afferramento intuitivo amministrato dalla tecnica), non riuscirebbe più a farsi sentire nella sua differenza e ci renderebbe pertanto indifferenti nei confronti della referenzialità dell’immagine, che tuttavia non verrebbe in alcun modo sospesa.

Pietro Montani, L’immaginazione intermediale, Bari, Laterza 2010

 

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©Sebastian Stadler, L’apparition, 2015

 

 

Un quadro appeso rovesciato


Le differenze accettabili nella pittura di periodi diversi si possono spiegare solo come temporanei mutamenti formali dello stesso fenomeno. In concreto ciò significa che un’immagine – indipendentemente dal suo cosiddetto «tema»- dovrebbe colpire solo con l’armonia dei suoi colori e dei rapporti chiaroscurali. Così ad esempio un quadro appeso rovesciato dovrebbe comunque fornire elementi sufficienti per la sua valutazione pittorica. Certamente l’essenza di un quadro di epoche artistiche precedenti non si esaurisce nella sua cromaticità, né nelle sue intenzioni figurative (vale a dire la pura dimensione oggettuale). Solamente nella inscindibile coesione dei due aspetti si documenta la sua essenza.

Lázló Moholy-Nagy, Pittura Fotografia Film, Torino, Einaudi 1987

 

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©Taisuke Koyama, Melting Rainbows 034, 2010

seconda metà del Novecento


Uno degli aspetti peculiari della cultura artistica europea della seconda metà del Novecento è il continuo ritorno alla riflessione sui temi della storia e della memoria personale e collettiva. La necessità di fare i conti con l’esperienza del totalitarismo, della repressione, dell’olocausto, con una guerra combattuta principalmente sul territorio europeo, e successivamente con il duro periodo del dopoguerra, porta gli artisti a non abbandonare mai del tutto l’idea che l’esperienza possa esistere anche come fenomeno non mediato e radicato della realtà, e ad utilizzare la memoria e l’autobiografia come strumenti di resistenza alla de-soggettivazione e all’omogeneizzazione prodotte dalla società dello spettacolo.

 

Nicoletta Leonardi, Fotografia e immaterialità in Italia, Milano, Postmedia 2013

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©Sophie Calle, Today my mother died, 2013, from the series Les Autobiographies

 

Una scuola


Uno scrittore diventato famoso e tradotto anche all’estero aveva aperto una scuola. «Se non si soffre» diceva agli allievi, «non si diventa scrittori». Perciò d’accordo con loro li malmenava. Distribuiva schiaffi continuamente o noci in testa, poi diceva: «Va’ a scriverlo!» Gli allievi lo andavano a scrivere: «Oggi ho preso due noci, oggi ho preso uno schiaffo, mi rintrona ancora la testa». Poi glielo facevano leggere. «Non basta» diceva, e si metteva a distribuirne degli altri. «Scrivete!» diceva «scrivete!» e li inseguiva su per le scale con una bacchetta. Se ne prendeva uno lo trascinava per un orecchio dicendo: «Hai scritto?» e gli bacchettava le dita finché l’allievo gridava: «Ho scritto, ho scritto!» e gli faceva vedere un misero foglio che lui non guardava neanche. «Questo sarebbe uno scritto?» diceva, e gli continuava a tirare l’orecchio o il naso perché gli altri sentissero e vivessero nella sofferenza e nella paura, che per uno scrittore è indispensabile.

Ermanno Cavazzoni, Gli scrittori inutili, Parma, Guanda 2010

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©Susanna Majuri, Saviour, 2008

I criteri definitivi di un concetto


Il problema, comunque, non è fattuale. E’ concettuale. Non esiste una teoria dell’arte che sia vera non perché nessuno l’ha prodotta ancora, ma perché una teoria del genere preclude il concetto di arte. Una teoria dell’arte – un’asserzione vera sulle sue proprietà necessarie e sufficienti, sulla sua essenza, sulla sua natura, sul suo comune denominatore- non è semplicemente difficile da formulare, ma è logicamente impossibile, perché stabilisce i criteri definitivi di un concetto, l’uso stesso del quale dipende dal fatto che non esiste un insieme di criteri del genere. Non esiste alcuna teoria dell’arte che sia vera, allora, perché non può esistere. Il concetto di arte, come mostra il suo uso, è aperto.

Morris Weitz, Arte come concetto aperto (da M. Weitz, Art as an Open Concept: From the Opening Mind, University of Chicago Press, Chicago 1977), in Che cosa è arte, a cura di Simona Chiodo, Novara, De Agostini 2007

 

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©Pipilotti Rist, Mercy Garden (video still), 2013-2014

Una fede superstiziosa


Scienza obiettiva dell’arte ed estetica sono e saranno sempre discipline incompatibili. Di fronte all’alternativa di trascurare la maggior parte del proprio materiale accontentandosi di una storia dell’arte ad usum aesthetici, oppure di rinunciare a ogni volo nei cieli dell’estetica, lo storico dell’arte opta naturalmente per la seconda possibilità; due discipline strettamente affini nel loro oggetto continuano così a coesistere senza che tra esse intercorra alcun contatto. Può darsi che questa incapacità di mutua comprensione dipenda soltanto da una fede superstiziosa nel concetto e nel termine di «arte». Accecati da tale pregiudizio, siamo sempre più coinvolti nel tentativo veramente criminale di ridurre la molteplicità di significato dei fenomeni a un solo concetto univoco. Ma non siamo in grado di liberarci da questa superstizione. Rimaniamo schiavi delle parole, schiavi dei concetti.

Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, Torino, Einaudi 2008

 

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©Shannon Ebner, The Electric Comma, 2013

un manicomio-festival


Scrivere, camminare, viaggiare, ciarlare per necessità e avere gli inevitabili rapporti umani con la folla di questo ineffabile manicomio-festival che è l’Italia e un po’ tutto il mondo, mi riesce penoso: e a momenti impossibile. Ti chiedo, vecchio e caro amico, di avere soltanto della comprensione per le mie condizioni fisiche, di non attribuire a egoismo o poltroneria certi apparenti errori di contegno. Non si tratta di errori ma di uno schiacciante stato di prostrazione e di fatica non imputabile a me, ma alla chiassosa demenza della folla che mi stringe: e ai 25 anni di orrori!

Carlo Emilio Gadda, Lettere agli amici milanesi, Milano, Il Saggiatore 1983

 

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©Federico Clavarino, Italia o Italia, UK, Akina books, 2014