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Archivi delle etichette: Franco Vaccari

Dove va la fotografia


Chiedersi dove va la Fotografia è come interrogarsi sul destino del telefono. Entrambi hanno prodotto le loro mutazioni una volta per tutte al punto che sembrano entrate a far parte del nostro patrimonio genetico.

Franco Vaccari, Apollo e Dafne: un mito per la fotografia, in Fotografia e inconscio tecnologico, Torino, Einaudi 2011

 

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Il collezionista di immagini


E’ vero che una immagine si sceglie più di quanto non la si fabbrichi o la si “crei”. Ogni immagine creata è anche, comunque, una immagine “scelta”: ma per molti degli operatori che lavorano con (o attraverso) tecniche di visualizzazione oggi, la cosa più importante è veramente poter proporre una immagine, o un discorso su un’immagine “trovata” avendo predisposto, magari, il metodo o il sistema che permette di trovare un determinato tipo di immagine (e di problema), o che permetta a queste, in un certo senso, di crearsi da sole, autodeterminandosi. Questo discorso, portato alle sue estreme conseguenze, è molto più preciso di quanto non possa sembrare a prima vista, molto meno suscettibile di generalizzazioni indiscriminate. Infatti un lavoro di scelta delle immagini, o scelta sull’immagine, non può essere che un lavoro critico, ideologico, in cui tutti gli “accidenti” tipici del campo della visione rientrano in gioco solo casualmente o marginalmente (cioè tutto quanto funziona di solito a livello di gusto, emozione, o di sentimentalismo), poiché l’immagine scelta secondo questo metro è icona, o verifica di una situazione: è cioè, in un certo senso, un’immagine “secca”; precisa immagine di qualcosa.

Adriano Altamira, Il collezionista d’immagini, in Feedback, Scritti su e di Franco Vaccari, a cura di Nicoletta Leonardi, Milano, Postmedia 2007

 

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©Joachim Schmidt, Estrelas Amadas, 2013

Cognitivo ed emotivo


Come ho suggerito, gran parte delle difficoltà che ci hanno tormentato possono essere imputate alla dispotica dicotomia tra cognitivo ed emotivo. Da una parte mettiamo sensazione, percezione, inferenza, congettura, ogni ricerca e investigazione inerte, fatto e verità; dall’altra parte, piacere, pena, interesse, soddisfazione, disappunto, ogni risposta affettiva senza la partecipazione del cervello, apprezzamento e disgusto. Ciò impedisce precisamente di scorgere che nell’esperienza estetica le emozioni funzionano cognitivamente. L’opera d’arte è percepita attraverso i sentimenti così come attraverso i sensi.

Nelson Goodman, I linguaggi dell’arte, Milano, Il Saggiatore 1976

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©Franco Vaccari, Cani lenti, 1971

Il modo di pensare all’arte


Forse dovremmo riconsiderare il modo di pensare all’arte, vedendola non solo come estensione di facoltà umane, ma anche come un prodotto dell’azione autonoma della tecnologia, oggi il Web, ieri la fotografia, così come aveva già intuito Franco Vaccari nel 1979 parlando di “inconscio tecnologico”. La rinuncia al controllo, l’accettazione della casualità, la debolezza del soggetto e la fine dello stile sono le caratteristiche di quello che Mario Costa chiama nel 1990 “sublime tecnologico”. Un sentimento non più connesso ai grandi spettacoli della natura (XVIII-XIX sec.) e neppure allo scenario metropolitano, dove la macchina rappresenta il nuovo “eccesso” con cui misurarsi (XIX-XX sec.).

Luca Panaro, Casualità e controllo, Milano, Postmedia, 2014

Senza titolo copia

 

 

 

 

 

 

©Ryan Trecartin, I-Be Area, 2007

Certe malattie stagionali


Le mode sono come certe malattie stagionali: si diffondono in modo epidemico e non sempre sono a decorso benigno.
Nel campo della fotografia sicuri sintomi di contagio sono:

le piscine
(costituiscono un segno particolarmente funesto
se vengono inquadrati solo i particolari
o un nuotatore sotto il pelo dell’acqua)
i travestiti
le bambine in atmosfere sfocate
le camere da letto della Basilicata
o di Harlem
le donne incinte
le donne nude
le donne dipinte
il teatro
il teatro per le strade
gli obitori
le foto con i colori drogati

Franco Vaccari in Olivo Barbieri, catalogo della mostra, Rimini, Galleria dell’Immagine, 1983

Fotoritratto o Identikit?


Così, mentre i foto ritrattisti esploravano le fisionomie per catturare l’anima, gli archivi delle polizie si riempivano di foto segnaletiche – tutte rigorosamente di fronte o di profilo – dove venivano evidenziati i particolari fisiognomici, ma dalle quali non traspariva alcun interesse per gli aspetti psicologici dei soggetti fotografati. Se questi sono inessenziali ai fini dell’identificazione bisogna ammettere che l’individualità è qualcosa di estremamente fragile, simile a una increspatura di superficie, piuttosto che a una realtà concreta. E’ preoccupante constatare che, dopo tanta fatica per emergere dalla natura e costituirci come individui, esistano organi potentissimi della società che ignorano questa dimensione. Negli archivi della polizia si viene spogliati di quei tratti nei quali riponiamo il nostro orgoglio per ritrovarci ridotti a una sommatoria di caratteri puramente fisici (attaccatura dei lobi delle orecchie, bozze frontali, distanza degli occhi ecc.) con il risultato paradossale di essere riportati, ancora una volta, alla sola natura. E’ estremamente significativo che, per la costruzione degli identikit, venga utilizzata una collezione di particolari fisiognomici da assemblare in modo combinatorio; sembra una conferma che nella foto ritrattistica esista una specie di abbaglio consistente nel dare per scontato l’oggettiva esistenza dell’individuo. E’ innegabile che l’eccessivo contatto con tanti volti, provocato dalla fotografia, stia producendo fenomeni di ipersensibilizzazione molto simili alle reazioni allergiche. Probabilmente ciò che sta diventando sempre più difficile da sopportare nei ritratti è la contemporanea presenza di due equivoci: quello del soggetto, preoccupato di far emergere l’identità, e quello dell’autore, tutto compreso nel ruolo ostetrico della stessa.

F. Vaccari in Fotografia e inconscio tecnologico, pp. 107-108, Einaudi, Torino 2011

Esposizione in tempo reale num. 4:Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, 1972