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Archivi delle etichette: Lisa Kereszi

Un luogo sacro


A  I suoi edifici danno una impressione straordinaria di vita, mi perdoni, sregolata, sconcia…

B Lei trova che, mettiamo, i miei balconi erano peccaminosi? Mi rallegra, molto, sa? Che quelle guglie erano… Erano, diciamo, di malaffare? Ho costruito una chiesa puttana, lo sa?

A Credo di conoscerla.

B Ed è così pia, sapesse; bisognava colmare di peccato un luogo sacro per essere assolutamente certi che il luogo fosse irreparabilmente sacro… Ci voleva sporcizia, ambiguità, l’ammiccamento di un occhio strabico e vizioso, un odore pietrificato di vino, bisognava aprire degli angiporti in una chiesa, farne una chiesa a ore, un luogo equivoco, perché se ne sarà accorto, nevvero, una chiesa è un luogo estremamente equivoco, tutti quei peccatori, quei peccatori attivi, si capisce, e tutta quella voglia di morte, quel grondare di sangue, per le pareti… Nemmeno un bordello per alcolizzati è così assolutamente empio e dunque sacro. O lei dirà che io ero casto, ero devoto, vero?

A No, non ho mai detto nulla di così volgare.

B Me ne rallegro. Ho fornicato con le pietre, è ovvio; ma non è forse così ovvio che le pietre erano le mie sgualdrine, le mie garçonnières… Che differenza intercorre tra una giarrettiera e una architrave? Dopo tutto, sono entrambe di carne.

Giorgio Manganelli, Gaudí, in Le interviste impossibili, Adelphi, Milano 1997

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©Lisa Kereszi, Erotic Empire at night, Hartford CT, 2001

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Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia


Così sto poi nella nube di polvere e nella musica del crepitio e penso al mio lavoro nel profondo del magazzino dove sta la mia pressa, alla quale lavoro da trentacinque anni alla luce delle lampadine, sopra di me sento dei passi aggirarsi per il cortile, e da un’apertura nel tetto del mio magazzino si riversano come dal cielo le mie cornucopie, i contenuti dei sacchi, casse e scatole che riversano nell’apertura in mezzo al cortile carta vecchia, steli appassiti di fiorerie, carte dei grandi magazzini, programmi e biglietti scaduti e bustine di cremini e cassate, cartoni inzaccherati di imbianchini, mucchi di carta bagnata e insanguinata delle macellerie, trinciature taglienti di studi fotografici, il contenuto dei cestini di uffici comprese le bobine delle macchine da scrivere, mazzi di fiori per i compleanni e gli onomastici già avvenuti, a volte nel magazzino mi cade una pietra di selciato avvolta in un giornale affinché la carta pesi di più, e per errore coltelli e forbici da cartone gettati via, martelletti e pinze per estrarre chiodi, coltellacci da macellaio e tazze con caffè nero rappreso, a volte anche un mazzo di fiori da sposalizio sfiorito e una corona funebre artificiale fresca.

Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, Torino, Einaudi 2002

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Lisa Kereszi, Joe Jr. sitting on chair in office, 2002

Scrapbook #festivalfilosofia


Il genere è molto popolare nei paesi di lingua anglosassone, se ne hanno esempi fin dal XV secolo, ma è in realtà con l’invenzione della fotografia che si sono arricchiti di elementi e nuove possibilità. Composti come dei veri e propri album ricordo contengono foto, ritagli di giornale, biglietti del cinema, carte di caramelle o qualsiasi cosa che appartiene a un determinato momento o circostanza e che serve per raccontarne la storia e conservarne la memoria. Oltre alle fotografie, lo scrapbook si compone di frasi, testi brevi o anche solo commenti che arricchiscono la componente di immagini e oggetti. Lo scrapbook diventa, nella mani del suo autore, il luogo per raccontare il passato ma allo stesso tempo per utilizzare il passato per raccontare nuove storie. Foto, ritagli, o qualsiasi cosa trovata o realizzata può essere usato anche per raccontare ciò che vorremmo fosse accaduto o succedesse. La monumentale scultura di Geoffrey Farmer  (Leaves of Grass) realizzata per Documenta 13 ci mostra come un dato reale, in questo caso cinquanta precisi anni di numeri della rivista LIFE e, di rimando, cinquant’anni di storia dal 1935 al 1985,  possano essere il punto di partenza per una messa in scena dai contenuti inediti e rinnovabili di volta in volta, a seconda dello sguardo dello spettatore. Le figure umane, gli oggetti, i volti, i paesaggi ritagliati dalla rivista e incollati su bastoncini di legno sembrano raccontare una potenzialmente infinita serie di storie e modi potenzialmente infiniti di guardare il mondo. La composizione dell’archivio, la ricerca quasi ossessiva di catalogazione, diventano un atteggiamento attivo di ricerca e il passato diventa non solo esperienza da custodire ma una fonte a cui attingere, con uno sguardo al futuro.

Componi una pagina dello scrapbook ispirandoti al festivalfilosofia sulle cose.  Svuota le tasche, la borsa o lo zaino di biglietti, programmi, inviti, fotografie, scontrini o qualsiasi altra cosa che possa comporre la tua pagina ricordo del festival e portali nella sede di Fuorimappa, in via Carteria 8 dal 14 al 16 settembre durante gli orari di apertura della mostra Joe’s Junkyard. Le pagine più belle verranno fotografate e pubblicate su www.metronom.it e l’album completo donato al consorzio festivalfilosofia.

14 – 15 settembre h 9.00 – 23.00

16 settembre h. 9.00 – 21.00

Lisa Kereszi | Joe’s Junk Yard

Fuorimappa by Metronom | 8 via Carteria | Modena

Scrapbook


Ho imparato la maggior parte di cose su mio nonno dopo la sua morte. Apparentemente teneva dei taccuini in realtà dei veri e propri album di ritagli, di scrapbook. E non si sta parlando di scrapbook di tipo Vittoriano, o di quelli già confezionati che si trovano oggi nei negozi. Uno scrapbook è di solito pieno di teneri ricordi o di oggetti di poca importanza, biglietti del treno o di piccole cose quotidiane che appartengono a momenti felici, riunioni familiari o testimonianze di traguardi conquistati. Possono anche essere il deposito della memoria di quelli che non ci sono più, o il luogo per fantasie dal sapore agrodolce costruite con cartoline e ritagli. Gli scrapbook di mio nonno erano qualcosa di completamente diverso ancora, dei lavori che chiaramente possono essere catalogati come esempi di un’arte fuori dagli schemi. Questi libri non rilegati, tutti sbrindellati, erano costruiti con carte adesive comprate al supermercato usate per tenere insieme fogli di carte di colore e tipo diverso. Joe Sr ha iniziato a costruire questi album nel 1973 dopo che il suo figlio di mezzo, Rocky, è stato ucciso dalla polizia, quando, impazzito, ha tenuto in ostaggio la sua famiglia con un fucile. Questi album infantili, dai colori arcobaleno raccoglievano immagini di famiglia, alcune recuperate da altri album, altre ristampate dai negativi. Alcune immagini erano ripetute, ma sempre rimontate in contesti diversi, per creare nuove e precise associazioni. Spesso gli oggetti che accompagnavano le foto di famiglia erano storie dettagliate di tragedie o violenza ritagliate dal giornale locale Daily Times. Joe avrebbe messo vicino una mia fotografia (nata lo stesso giorno in cui Rocky venne cremato) con un articolo che parlava di assassini seriali, o altrove con una nostalgica foto di JFK. Usava dei lunghi pezzi di nastro adesivo trasparente per fissare le fotografie, appiattendole e scrivendo commenti del tipo “è dura perdere un figlio” e “un vero inferno, non dimenticarlo mai”…. Mentre mio nonno distruggeva, in un tentativo di espressione, ritagliando gli album di famiglia e scrivendo sulle fotografie, attaccando ritagli di giornale e riviste di crimine nel mezzo della notte, mia nonna era di sotto, impegnata a lavorare alle sue riproduzioni in porcellana di bambole in stile vittoriano: Bye Lo Baby e Father Christmas.

Lisa Kereszi in Joe’s Junk Yard, Bologna, Damiani 2012