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Archivi delle etichette: Martina della Valle

Materia senza forma


Prima di Duchamp la polvere, presente nei quadri e nelle opere, è stata vista essenzialmente come un elemento negativo. Rappresenta non se stessa, bensì il tempo che passa; indica la vita e soprattutto la morte; è materia senza forma. Mostra il deterioramento a cui sono soggette tutte le cose, e descrive un mondo in via di sparizione, che presto non ci sarà più. Insomma, è parente stretta delle rovine su cui la modernità, l’abbiamo visto, si è soffermata con grande attenzione. Se vogliamo, la polvere è il lato meno nobile del sublime: indica lo sporco, l’impurità.

Marco Belpoliti, Crolli, Torino, Einaudi, 2005

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Martina della Valle, Time Dust, 2011

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La scienza della materia


L’unità di materia, il più piccolo elemento del labirinto, è la piega, non il punto che non è mai una parte, ma una semplice estremità della linea. Proprio per questo le parti della materia sono masse o aggregati, correlati dalla forza elastica compressiva. La spiegatura non è dunque il contrario della piega, ma segue la piega fino al formarsi di un’altra piega. «Particelle volte in pieghe» che «una tensione contraria sottopone a sempre nuovi mutamenti». Pieghe dei venti, delle acque, del fuoco e della terra, e pieghe sotterranee dei filoni nella miniera. Le piegature solide della «geografia naturale» rinviano dapprima all’azione del fuoco, poi a quella delle acque e dei venti sulla terra, in un sistema di interazioni complesse; e i filoni minerari sono simili alle curvature delle sezioni coniche, ora finendo in cerchio o in ellisse, ora prolungandosi in iperbole o parabola. La scienza della materia prende a modello l’«origami», direbbe il filosofo giapponese, ossia l’arte di piegare la carta.

Gilles Deleuze, La piega, Torino, Einaudi 1990

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© Martina della Valle, Under the Sun of Onomichi, 2009

A sostegno dei miei ricordi


La mia infanzia è tra le cose di cui so di non sapere un granché. Eppure è alle mie spalle, è il terreno su cui sono cresciuto, mi è appartenuta nonostante l’ostinazione con cui affermo che non mi appartiene più. Ho a lungo cercato di aggirare o di nascondere l’evidenza, trincerandomi nell’innocua condizione dell’orfano, del mai nato, del figlio di nessuno. Ma l’infanzia non è nostalgia, e neanche terrore o paradiso perduto o Vello d’oro, al contrario è forse orizzonte, punto di partenza, insieme di coordinate che potranno dare un senso alle direttrici della mia vita. Anche se a sostegno dei miei ricordi confusi non ho che alcune fotografie ingiallite, scarne testimonianze e documenti di poco conto, mi ritrovo costretto a evocare quanto ho per troppo tempo chiamato l’irrevocabile; quello che è stato, che si è interrotto, che fu concluso: quello che probabilmente è stato per non essere più, ma anche quello che è stato perché io continui a essere.

Georges Perec, W o il ricordo d’infanzia, Torino, Einaudi 2005.

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Martina della Valle, Time Dust, 2011

Surrogati di presenza


Si potrebbe dire, riprendendo Benjamin, che i media sottraggono al presente la sua aura per sostituirla con una patina. In realtà quello che fanno è dare un costante frame al presente: lo inquadrano, lo incorniciano, non sfuggono al desiderio profondo di metterlo sotto vetro. Il fatto che i telefonini siano diventati depositi di foto, il fatto che, per esempio, sia diventato normale nei posti pubblici mostrare agli amici le foto che possediamo o che abbiamo appena scattato con un telefono o una camera digitale, ci racconta che esiste una deriva di “albumizzazione” del presente. Il nostro presente è una collezione di trofei, un tagliare il collo non al cinghiale o al cervo cacciato, ma alla continuità insostenibile e inesauribile della vita. I media scandiscono, “scannerizzano” la vita, trasformano le forme di vita in forme fruibili. Al fondo di questa pretesa c’è un paradosso: per vivere la vita non bisogna fruirne, perché la vita non “serve” (mentre i media sì), non è fruibile, ma è solo vivibile, noi siamo la vita, non i suoi spettatori, o meglio, non solo i suoi spettatori.

F. La Cecla in Surrogati di presenza, Bruno Mondadori, Milano 2006

 

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Martina della Valle, Time Dust (installation view), 2011

Art Shot | Martina Della Valle


Coolshaker dedica il secondo “Art Shot” a Martina della Valle, che apre le porte della casa studio di Berlino.

tratto da Coolshaker Blog

Cinque domande a Martina della Valle


 

1. Vivi a Berlino, sei di Firenze. Cosa hai lasciato e cosa hai trovato.
Vivo a Berlino da quasi quattro anni e da quando sono arrivata ormai i pregi e i difetti che vedevo in questa città sono via via un po’ cambiati, con l’approfondirsi della mia esperienza. A firenze non vivo ormai da tanto tempo. Ho fatto il liceo e poi mi sono trasferita a Milano dove sono rimasta quasi nove anni tra studio e lavoro. Le cose che tutt’ora mi sento di aver guadagnato a spostarmi qua sono molte: prima di tutto la vita qua ha ritmi molto più lenti, o comunque è permesso scegliere di averli, nonostante sia una città molto grande e piena di cose da fare e da vedere. Allo stesso tempo a volte mi manca un po’ la spinta produttiva frenetica che avverto ad esempio a Milano appena torno. Fin da quando ho iniziato a conoscere Berlino ho notato che qua lo spazio pubblico ha un grandissimo valore per i cittadini. Si può considerare che quello che è di tutti è anche mio, mentre a volte in Italia mi sembra che gli spazi comuni non possano esser di nessuno. Questo pensiero rende Berlino una città in cui lo spazio è tanto e viene utilizzato in maniera spontanea dalle persone. Questo dà in qualche modo un forte senso di appartenenza e di libertà. In più qua mi pare che la scala dei valori nella vita delle persone abbia priorità diverse che permettono di vivere in maniera forse più semplice ma più serena. Dal punto di vista della mia attività artistica Berlino offre molte facilitazioni rispetto all’italia; esistono molte strutture come laboratori pubblici in cui si può sperimentare e produrre con qualsiasi tipo di materiale e linguaggio, moltissime mostre e musei e spazi aperti e accessibili. Dal mio punto di vista è per il momento un ottimo posto in cui stare per produrre e fare ricerca.

2. Come vedi, da fuori, il sistema dell’arte italiano?
Il sistema dell’arte Italiano da qua appare molto selettivo e ingarbugliato. Spesso non si capiscono bene le logiche che muovono le cose, e sembra che ci siano circuiti molto chiusi che si muovono separatamente. Il non essere fisicamente più presente in Italia, vivendo fuori, rende più difficile il mantenere i contatti, ma apre dall’altra parte nuove possibilità.

3. Vivere in Germania sta influenzando la tua ricerca artistica?
Non direi che la mia ricerca sia cambiata stando qua. I temi e le pratiche sono rimaste le mie  ma ovviamente alcuni degli spunti dei miei ultimi lavori hanno a che fare con Berlino (vedi la serie FRAMED MEMORIES che è nata da un archivio fotografico privato berlinese, o ad esempio l’installazione URBAN IMPRESSION che ho realizzato qua per l’Ambasciata Italiana)  

4. A cosa stai lavorando attualmente?
In questo momento sto lavorando a un progetto site-specific per la fiera di Roma, al materiale per un paio di concorsi, al lavoro per una collettiva sull’autoritratto al MACRO a giugno…

5. Tre keywords per definire l’arte oggi.
Non saprei credo che l’arte come pratica o sistema sia molto complessa da descrivere. Direi quindi sicuramente COMPLESSA per iniziare…

Martina della Valle, 1981. Vive e lavora tra Milano, Firenze e Berlino.
Il tema della memoria, nelle sue diverse accezioni, è costantemente presente nel suo lavoro.

http://martinadellavalle.blogspot.com/ 

pics from TIME DUST – METRONOM © Martina Della Valle

courtesy Marco Signorini Photoblog

 

TIME DUST


Metronom presenta Time Dust: una personale dell’artista Martina della Valle con un progetto inedito dedicato all’immagine del tempo e alla memoria delle cose esplorati attraverso un elemento immateriale, temporaneo e volatile come la polvere.

L’artista prende spunto dal rilievo di un archivio di famiglia costituito da materiali e oggetti per la lavorazione della ceramica. Il nonno materno era un ceramista e nel suo studio sono stati conservati disegni, calchi, spolveri, statuette e oggetti in ceramica di sua produzione, oggi ricoperti dalla polvere e trasformati dalla patina del tempo, che l’artista riutilizza e documenta fotograficamente al fine di attivare una seconda memoria.

Martina della Valle focalizza il suo sguardo sulla polvere depositata – un’ombra del tempo – per narrare “in assenza” la storia di questi oggetti. È il contorno delle cose messo in risalto dal pulviscolo a parlare di loro (e non il loro contenuto), in mancanza della loro presenza effettiva.

Il progetto della mostra è una narrazione per immagini di un processo creativo in assenza del soggetto, un lavoro sulla propria storia (il destino di essere artista) e sulla febbre d!archivio della nostra epoca, che diventa un’archeologia del tempo capace di creare dei sostituti di realtà e di trasformare i documenti nei nuovi “monumenti” di oggi.

Il tema della memoria nelle sue diverse accezioni è da sempre presente nel lavoro della giovane artista. Per questa mostra Martina della Valle presenterà un ambiente disegnato da un wall-drawing (realizzato con gli spolveri recuperati nell’archivio), da fotografie, oggetti e disegni.
La mostra è corredata da un catalogo con il testo critico della curatrice Marinella Paderni.

A cura di: Marinella Paderni

Inaugurazione: Sabato 16 Aprile ore 18.30

Date: 16 Aprile – 12 Giugno 2011