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Archivi delle etichette: Metronom Modena

Imbarazzo


Non essere contemporanei al proprio tempo è una cosa che può anche essere fastidiosa e produrre anche dell’imbarazzo, e io, quando facevo l’editore, per il mestiere che facevo, era uno che cercava di evitarlo, l’imbarazzo, e adesso che facevo lo scrittore mi sembrava di dover essere uno che, per come la capivo io la cosa, ci doveva sguazzare, dentro l’imbarazzo.

Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, Milano, Marcos y Marcos 2014

 

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©Jeff Koons Unshering in Banality, 1988

 

 

 

 

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un manicomio-festival


Scrivere, camminare, viaggiare, ciarlare per necessità e avere gli inevitabili rapporti umani con la folla di questo ineffabile manicomio-festival che è l’Italia e un po’ tutto il mondo, mi riesce penoso: e a momenti impossibile. Ti chiedo, vecchio e caro amico, di avere soltanto della comprensione per le mie condizioni fisiche, di non attribuire a egoismo o poltroneria certi apparenti errori di contegno. Non si tratta di errori ma di uno schiacciante stato di prostrazione e di fatica non imputabile a me, ma alla chiassosa demenza della folla che mi stringe: e ai 25 anni di orrori!

Carlo Emilio Gadda, Lettere agli amici milanesi, Milano, Il Saggiatore 1983

 

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©Federico Clavarino, Italia o Italia, UK, Akina books, 2014

Una negoziazione


La realtà è ciò di cui posso parlare con un terzo. Non si definisce se non come il prodotto di una negoziazione. Uscire dalla realtà è “folle”: un tale vede un coniglio arancione sulla mia spalla, io non lo vedo; allora la discussione s’indebolisce, si restringe. Per ritrovare uno spazio di negoziazione dovrei fare finta di vedere quel coniglio arancione; l’immaginazione sembra una protesi che si fissa sul reale per produrre un maggiore commercio fra gli interlocutori. L’arte ha così come fine quello di ridurre in noi la parte meccanica: punta a distruggere ogni accordo a priori sul percepito.

Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale, Milano, Postmedia 2010

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©David Benjamin Sherry, Lower Yosemite Falls, Yosemite, California, 2013

Un oggetto inerte


Un tratto saliente della simbolizzazione, ho sostenuto, è che può andare e venire. Un oggetto è capace di simboleggiare cose differenti in periodi differenti, e in altri magari non essere simbolico affatto. Un oggetto inerte, un oggetto puramente d’uso, può giungere a funzionare come un’opera d’arte, e così un’opera d’arte a funzionare come un oggetto inerte, un oggetto puramente d’uso. Forse non è tanto vero che l’arte è lunga e la vita è breve, ma piuttosto che sono entrambe transeunti.

Nelson Goodman, Vedere e costruire il mondo, Bari, Laterza, 1988

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©Rachel Whiteread, Untitled, 2013

I visionari


I visionari formano un ordine a parte, singolare, confuso, in cui prendono posto artisti di talento molto diverso e forse anche d’ingegno ineguale. Talvolta fanno apparire quanto di più ardito e libero caratterizza la genialità creatrice, una forza profetica tutta concentrata sui domini più misteriosi dell’umana fantasia, gli effetti infine di un’ottica speciale che altera profondamente la luce, le proporzioni e persino la densità del mondo sensibile. Li si direbbe a disagio nei limiti dello spazio e del tempo. Interpretano più che imitare e trasfigurano più che interpretare. Non si contentano del nostro universo, e mentre lo studio delle forme che vi si trovano soddisfa la maggior parte degli artisti, per costoro invece lo studio formale non è che una cornice provvisoria o, se vogliamo, un punto di partenza.

Henri Focillon, Estetica dei visionari, Abscondita, Milano 2006.

 

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Alberta Pellacani, Changing, 2012