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Archivi delle etichette: marco signorini

Nel migliore dei casi


La premessa del realismo moderno è l’usura di tutte le coordinate teoriche e critiche su cui si era fondata l’arte contemporanea. L’estetica del Novecento, pur nella grande molteplicità e varietà delle sue manifestazioni, può essere considerata nel suo complesso come lo sviluppo degli orizzonti concettuali aperti da Kant e da Hegel: ora questi orizzonti sono stati esplorati in tutte le direzioni. Del resto da tempo gli orientamenti più innovatori della riflessione filosofica considerano l’estetica come un approccio riduttivo e inadeguato all’opera d’arte: tuttavia essi non sono riusciti a rifondare su nuove basi la specificità dell’esperienza artistica. Un deterioramento ancora maggiore ha corroso la critica d’arte: la problematica aperta all’inizio del Novecento dalla scuola di Vienna ha conosciuto una degradazione irrimediabile. Nel migliore dei casi essa produce discorsi che hanno un rapporto solo occasionale e fortuito con le opere e con gli artisti; per lo più essa non va al di là della cronaca e della promozione pubblicitaria.

Mario Perniola, L’arte e la sua ombra, Torino, Einaudi 2000

Signorini

©Marco Signorini, Anangram, 2016

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Il bello naturale


Per nessun motivo il bello naturale deve venir considerato condizionante ai fini dell’opera d’arte, anche se nel corso della sua evoluzione sembra aver assunto particolare valore, e in alcuni casi essersi addirittura identificato con essa. Di tale presupposto si deve dedurre che, per principio, le leggi artistiche peculiari non hanno nulla a che spartire con l’estetica del bello naturale. Non si tratta, ad esempio, di analizzare in quali condizioni un paesaggio appaia bello, ma in quali la rappresentazione di quel paesaggio divenga un’opera d’arte.

Wilhelm Worringer, Astrazione e empatia, Torino, Einaudi 2008

Senza titolo

 

 

 

 

 

 

©Marco Signorini, Random Projects, 2014

In questo momento storico


In questo momento storico la tranquillità e la marginalità non sono particolarmente apprezzate: si predilige ciò che è incandescente e esplicito. A quanto pare la nostra missione è applicare sulle nostre direttrici visive una carta da parati composta da immagini sradicate dal proprio contesto, dal valore così misero che ci instupidiscono e al contempo ci dicono che ora possiamo finalmente vedere. Anche se possiamo tracciare, analizzare e discutere l’evoluzione della fotografia, scarseggia sempre la volontà di delineare nuove strategie interpretative, di selezionare un’opposizione migliore a partire dai vari futuri che incombono su di noi. […] Mentre la fotografia si trasforma in una serie di strategie mediatiche emergenti e viene in gran parte integrata in un insieme multimediale sempre più sofisticato, dovremmo cercare di realizzare immagini più utili e esplorative, non solo scioccanti e di grande effetto.

Fred Ritchin, Dopo la fotografia, Einaudi, Torino 2012

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©Marco Signorini, Reale, digitale, 2013

Occhi per vedere


Ci serviamo degli occhi per vedere. Il nostro campo visivo ci svela uno spazio limitato: qualcosa di vagamente rotondo che si ferma rapidamente a sinistra e a destra e non scende né sale molto in alto. Storcendo gli occhi, riusciamo a vederci la punta del naso; alzando gli occhi, vediamo che c’è l’alto, abbassando gli occhi vediamo che c’è il basso; girando la testa, in una direzione, poi nell’altra, non riusciamo neppure a vedere tutto quello che c’è intorno a noi; bisogna ruotare il corpo per vedere bene che cosa ci sia dietro.

Il nostro sguardo percorre lo spazio e ci dà l’illusione del rilievo e della distanza. E’ proprio così che costruiamo lo spazio: con un alto e con un basso, una sinistra e una destra, un davanti e un dietro, un vicino e un lontano.

Quando niente arresta il nostro sguardo, il nostro sguardo va molto lontano. Ma, se non incontra niente, non vede niente; non vede che quel che incontra: lo spazio è ciò che arresta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista: l’ostacolo: dei mattoni, un angolo, un punto di fuga: lo spazio è quando c’è un angolo, quanto c’è un arresto, quando bisogna girare perché si ricominci. Non ha nulla di ectoplasmatico, lo spazio; ha dei bordi, lo spazio, non corre in tutti i sensi: fa di tutto affinché le rotaie delle ferrovie si incontrino ben prima dell’infinito.

G. Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino 1989

 

msblog

 

 

 

 

 

 

 

M. Signorini, ((Ra)), 2008

Piacere stereoscopico


Quando ripenso al piacere stereoscopico del quadro alla luce naturale, al rilievo impalpabile ma reale che sembra nascere da due sensazioni, una sensibile all’occhio e l’altra alle dita e che, confuse, tracciano dinanzi a noi un ritratto apparentemente veridico del mondo nel quale viviamo, mi sembra tuttavia che ciò non abbia nulla delle illusioni ottiche destinate a farcene cogliere la profondità. Somiglia piuttosto all’esperienza spirituale che consiste nel godere di un doppio senza gravità e come immateriale di un mondo liberato dal peso saturniano delle cose.A questa esultanza, il sole apportava la sua forza di levitazione, mentre la luce elettrica conferisce il colore terreo delle sue scorie.

Jean Clair in Breve trattato delle sensazioni,  pag.91, Diabasis, Reggio Emilia 2008

 

Marco-Signorini

 

 

 

 

 

Dove siamo noi nel tempo, 2012

I miei libri non sono semplicemente dei cataloghi…


I miei libri non sono semplicemente dei cataloghi dei lavori, quanto piuttosto dei lavori autonomi. L’idea del libro è un punto fondamentale, è l’opera, l’opera cinematografica, è il film che ti permette di trasmettere il significato che, all’interno di un singolo lavoro, difficilmente riesce a venire fuori. Mi piace lavorare per episodi, che dovrebbero essere l’essenza dei vari progetti. Mi piacciono molto i libri strutturati per racconti, mi piace che vari racconti, messi insieme riescano a trovare un significato ulteriore, a divenire una storia più strutturata. E’ come dispensare lentamente le cose, lasciando decantare i lavori, magari per anni, per poi utilizzarli in una nuova chiave come sta capitando per questa mostra. Quest’operazione offre la dimensione reale del mutamento. Dà la possibilità di rileggere quello che si è fatto nel passato, e in qualche modo, di riattualizzarlo.

Marco Signorini, in Earthheart, Bologna, Damiani 2011

Cinque domande a Martina della Valle


 

1. Vivi a Berlino, sei di Firenze. Cosa hai lasciato e cosa hai trovato.
Vivo a Berlino da quasi quattro anni e da quando sono arrivata ormai i pregi e i difetti che vedevo in questa città sono via via un po’ cambiati, con l’approfondirsi della mia esperienza. A firenze non vivo ormai da tanto tempo. Ho fatto il liceo e poi mi sono trasferita a Milano dove sono rimasta quasi nove anni tra studio e lavoro. Le cose che tutt’ora mi sento di aver guadagnato a spostarmi qua sono molte: prima di tutto la vita qua ha ritmi molto più lenti, o comunque è permesso scegliere di averli, nonostante sia una città molto grande e piena di cose da fare e da vedere. Allo stesso tempo a volte mi manca un po’ la spinta produttiva frenetica che avverto ad esempio a Milano appena torno. Fin da quando ho iniziato a conoscere Berlino ho notato che qua lo spazio pubblico ha un grandissimo valore per i cittadini. Si può considerare che quello che è di tutti è anche mio, mentre a volte in Italia mi sembra che gli spazi comuni non possano esser di nessuno. Questo pensiero rende Berlino una città in cui lo spazio è tanto e viene utilizzato in maniera spontanea dalle persone. Questo dà in qualche modo un forte senso di appartenenza e di libertà. In più qua mi pare che la scala dei valori nella vita delle persone abbia priorità diverse che permettono di vivere in maniera forse più semplice ma più serena. Dal punto di vista della mia attività artistica Berlino offre molte facilitazioni rispetto all’italia; esistono molte strutture come laboratori pubblici in cui si può sperimentare e produrre con qualsiasi tipo di materiale e linguaggio, moltissime mostre e musei e spazi aperti e accessibili. Dal mio punto di vista è per il momento un ottimo posto in cui stare per produrre e fare ricerca.

2. Come vedi, da fuori, il sistema dell’arte italiano?
Il sistema dell’arte Italiano da qua appare molto selettivo e ingarbugliato. Spesso non si capiscono bene le logiche che muovono le cose, e sembra che ci siano circuiti molto chiusi che si muovono separatamente. Il non essere fisicamente più presente in Italia, vivendo fuori, rende più difficile il mantenere i contatti, ma apre dall’altra parte nuove possibilità.

3. Vivere in Germania sta influenzando la tua ricerca artistica?
Non direi che la mia ricerca sia cambiata stando qua. I temi e le pratiche sono rimaste le mie  ma ovviamente alcuni degli spunti dei miei ultimi lavori hanno a che fare con Berlino (vedi la serie FRAMED MEMORIES che è nata da un archivio fotografico privato berlinese, o ad esempio l’installazione URBAN IMPRESSION che ho realizzato qua per l’Ambasciata Italiana)  

4. A cosa stai lavorando attualmente?
In questo momento sto lavorando a un progetto site-specific per la fiera di Roma, al materiale per un paio di concorsi, al lavoro per una collettiva sull’autoritratto al MACRO a giugno…

5. Tre keywords per definire l’arte oggi.
Non saprei credo che l’arte come pratica o sistema sia molto complessa da descrivere. Direi quindi sicuramente COMPLESSA per iniziare…

Martina della Valle, 1981. Vive e lavora tra Milano, Firenze e Berlino.
Il tema della memoria, nelle sue diverse accezioni, è costantemente presente nel suo lavoro.

http://martinadellavalle.blogspot.com/ 

pics from TIME DUST – METRONOM © Martina Della Valle

courtesy Marco Signorini Photoblog

 

Tre domande a Marco Signorini


Inaugura sabato 18 febbraio alle 18.30 la mostra OPENSTUDIO, che propone una selezione di giovani autori provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Brera e dall’Accademia di Bologna. Ne parliamo con Marco Signorini, docente a Brera e selezionatore, insieme a Walter Guadagnini, della collettiva.

METRONOM: Rigoroso bianco e nero  ma anche fotografia a metà tra collage e installazione, nel mezzo un ampio ventaglio di tecniche, è stata una scelta oppure è effettivamente così variegato il modo degli studenti di confrontarsi con il dato tecnico della fotografia?

Marco Signorini: Direi che le modalità con le quali gli studenti si confrontano con la tecnica fotografica sono le più svariate, questo è vero. C’è un mix interessante fra analogico e digitale, bianco e nero e colore, moda e reportage. L’impressione è che la fotografia, come siamo stati abituati a pensarla, non possa più catalogarsi in categorie di genere, l’una attraversa l’altra. Tener conto di questo atteggiamento “aperto” è importante, credo faccia parte di una visione del mondo più libera dagli schemi, sia tecnici che linguistici. Non solo, credo sia anche portare totalmente la fotografia in un ambito artistico più generalizzato.

M: Le opere lasciano trasparire la tendenza all’espressione di una sensibilità individuale e di un proprio immaginario, nessuna traccia di temi “sociali” o “politici”, lo attribuisci alla giovane età e quindi alla voglia di esprimersi più che di confrontarsi?

MS: La risposta a questa domanda si ricollega in parte alla precedente, credo sia cambiato l’atteggiamento, che l’analisi del mondo circostante, da parte dei giovani, nasca da altri presupposti. Uno di questi è la messa in scena, oppure l’inserimento di se stessi all’interno delle loro selezioni, oppure l’aderire a poetiche trasversali che esprimono un certo modo di fare fotografia. Questo mette in discussione anche l’aspetto fortemente autoriale delle immagini prodotte, tanto che, navigando ad esempio su Flickr, poi avvertire più forte il fenomeno estetico così diffuso, più che distinguere i singoli autori che lo alimentano. In realtà, trovo tutto a suo modo impegnato, ma di difficile catalogazione.

M: Si registra una grande varietà di corsi, workshop e anche master dedicati all’immagine, c’è quindi molta richiesta di “formazione” specifica anche extra accademica, a tuo parere che cosa rende a tutt’oggi importante una formazione nelle Accademie di Belle Arti?

MS: Per quanto mi riguarda considero ancora importante un insegnamento istituzionale di valore, come potrebbe esserlo quello trasmesso nelle accademie nazionali.
Il fatto che non ci sia credibilità in queste istituzioni, con i relativi problemi di qualità dell’istruzione, sia in termini di docenza e di adeguati spazi attrezzati disponibili, è un fatto molto grave. Cosiderando poi, che c’è molta richiesta di formazione artistica, trovo questa disattenzione istituzionale paradossale in un paese come il nostro, che potrebbe trarre buoni profitti dalla cultura dell’arte e da un patrimonio artistico senza eguali.

Riassettare


Parola del giorno: riassettare. Dal dizionario della lingua italiana Devoto Oli: rimettere in ordine, a posto; risistemare, riordinare.

Che a inizio anno si traduce spesso in un esercizio pratico più che mentale. E così mentre c’è chi inizia il nuovo anno con il sempre divertente gioco del fare le classifiche (vedi http://www.marcosignorini.it/photoblog/), METRONOM cerca di fare ordine nella giungla dell’accumulo. E quindi un gioco, perché no, citando Eraclito: “l’esser nascosto è proprio di ciò che sboccia e viene alla luce”, elenco delle cose ritrovate sulla scrivania in data 7 gennaio 2012, nel tentativo di riassettare:

_swingingbird: stick colla a forma di uccellino azzurro

Swingingbird

 

_Duane Michaels: FOTOFOLLIES: how photography lost it virginity on the way to _

the bank

 

_Wikileaks. Keep shoot’n, keep shoot’n .  cartoncino invito “Topographies de la guerre” le BAL, Paris

 

_ Takashi Homma, vedove/windows, FANTOMbooks

 

_ portapenne di plastica trasparente contenente: n. 1 gomma da cancellare osama, n.1 pennarello paint marker fine point, 1 matita marca staedtler mars lumograph 100 2B, 1 post-it notes mini di colore giallo

 

_ L’arte non è cosa nostra. Catalogo della mostra allestita al padiglione italia, 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. A cura di Vittorio Sgarbi. pp.703

 

_Bettina Von Zwhel, cartolina della serie Made up love song and other works

 

_ scatola in latta nera thé MARIAGE FRERES: lune rouge, thé vert tendre – rose, gingembre & miel

 

_Martina della Valle, TIME DUST, catalogo della mostra

 

_foglio sparso a quadretti, appunto a mano: “Does technology dictate the photographical image more than visual reality?”

 

_switol super:  metro estraibile lunghezza mt 3, livella incorporata, con aggancio da cintura.

Siamo gente da Fotoromanzo.


E’ davvero la scoperta dell’acqua calda che il nostro quotidiano sia sovraffollato di immagini, che siano quelle legate all’informazione, alla pubblicità o alle gallerie virtuali dei social network è un proliferare di fotografie più o meno amatoriali e, soprattutto, più o meno utili allo scopo. La sovrabbondanza non può che aver minato alle fondamenta il ruolo educativo e divulgativo che le immagini hanno storicamente avuto (le “illustrazioni” o “figure” a corredo di un testo hanno caratterizzato la letteratura e saggistica) e sembra che anche il fine di documentazione, inteso come genere codificato, sia sempre più in bilico.

E’ quindi singolare e degno di nota come ci si possa imbattere in operazioni che proprio all’immagine e al suo versatile potenziale comunicativo affidano progetti a sfondo sociale.

Citando Il Devoto Oli, il fotoromanzo è una “vicenda romanzesca, pubblicata in un fascicolo unico o a puntate, la cui trama è svolta attraverso sequenze fotografiche corredate da brevi didascalie e da fumetti”. Quello che, dopo quarant’anni, è oramai un genere riconosciuto della letteratura rosa, si trasforma in uno strumento per narrare, condividere e documentare il territorio.  Un progetto della regione Valle d’Aosta che mira alla salvaguardia della lingua patois  (lingua francoprovenzale con tanto di dizionari e letteratura) si affida proprio alla costruzione di un fotoromanzo, ottenuto rielaborando le pièces del teatro popolare valdostano, con protagonisti i ragazzi di compagnie teatrali popolari, per promuovere la conoscenza della lingua tradizionale di molte valli tra le generazioni più giovani.

Ricordami per Sempre

Si dichiara d’autore quello prodotto dal Museo di Fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo, fotografie di Marco Signorinie testi di Giulio Mozzi; “Ricordami per sempre” il titolo dell’inedito, con un casting effettuato totalmente nel territorio, quello dell’area nord di Milano, un fotografo e uno scrittore prestati al gioco e soprattutto, molta partecipazione popolare.

. La ricognizione di un paesaggio industriale profondamente mutato dal dopoguerra in poi è consegnata a un vero e proprio racconto per immagini, costruite e confezionate ad hoc. Mostre, convegni e festa popolare compresi nel pacchetto, vera e propria operazione di coinvolgimento attivo del territorio.

Sono originali operazioni, prima di tutto culturali, che hanno un apprezzabile sapore “vintage”,  sia che siano giocate sul filo dell’ironia come quella della regione Valle D’Aosta,  o con atmosfere di un rivisitato neorealismo quelle di Cinisello Balsamo. Abbandoniamo quindi lo sguardo snob e lasciamoci appassionare dai tempi, modi e atmosfere naif della fiction di altri tempi.