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Tre domande a Marco Signorini

Inaugura sabato 18 febbraio alle 18.30 la mostra OPENSTUDIO, che propone una selezione di giovani autori provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Brera e dall’Accademia di Bologna. Ne parliamo con Marco Signorini, docente a Brera e selezionatore, insieme a Walter Guadagnini, della collettiva.

METRONOM: Rigoroso bianco e nero  ma anche fotografia a metà tra collage e installazione, nel mezzo un ampio ventaglio di tecniche, è stata una scelta oppure è effettivamente così variegato il modo degli studenti di confrontarsi con il dato tecnico della fotografia?

Marco Signorini: Direi che le modalità con le quali gli studenti si confrontano con la tecnica fotografica sono le più svariate, questo è vero. C’è un mix interessante fra analogico e digitale, bianco e nero e colore, moda e reportage. L’impressione è che la fotografia, come siamo stati abituati a pensarla, non possa più catalogarsi in categorie di genere, l’una attraversa l’altra. Tener conto di questo atteggiamento “aperto” è importante, credo faccia parte di una visione del mondo più libera dagli schemi, sia tecnici che linguistici. Non solo, credo sia anche portare totalmente la fotografia in un ambito artistico più generalizzato.

M: Le opere lasciano trasparire la tendenza all’espressione di una sensibilità individuale e di un proprio immaginario, nessuna traccia di temi “sociali” o “politici”, lo attribuisci alla giovane età e quindi alla voglia di esprimersi più che di confrontarsi?

MS: La risposta a questa domanda si ricollega in parte alla precedente, credo sia cambiato l’atteggiamento, che l’analisi del mondo circostante, da parte dei giovani, nasca da altri presupposti. Uno di questi è la messa in scena, oppure l’inserimento di se stessi all’interno delle loro selezioni, oppure l’aderire a poetiche trasversali che esprimono un certo modo di fare fotografia. Questo mette in discussione anche l’aspetto fortemente autoriale delle immagini prodotte, tanto che, navigando ad esempio su Flickr, poi avvertire più forte il fenomeno estetico così diffuso, più che distinguere i singoli autori che lo alimentano. In realtà, trovo tutto a suo modo impegnato, ma di difficile catalogazione.

M: Si registra una grande varietà di corsi, workshop e anche master dedicati all’immagine, c’è quindi molta richiesta di “formazione” specifica anche extra accademica, a tuo parere che cosa rende a tutt’oggi importante una formazione nelle Accademie di Belle Arti?

MS: Per quanto mi riguarda considero ancora importante un insegnamento istituzionale di valore, come potrebbe esserlo quello trasmesso nelle accademie nazionali.
Il fatto che non ci sia credibilità in queste istituzioni, con i relativi problemi di qualità dell’istruzione, sia in termini di docenza e di adeguati spazi attrezzati disponibili, è un fatto molto grave. Cosiderando poi, che c’è molta richiesta di formazione artistica, trovo questa disattenzione istituzionale paradossale in un paese come il nostro, che potrebbe trarre buoni profitti dalla cultura dell’arte e da un patrimonio artistico senza eguali.

OPEN STUDIO

Inaugura sabato 18 febbraio 2012 alle 18.30 OPENSTUDIO, mostra collettiva che riunisce opere fotografiche di Giulia Azzalini, Alessio Iacovone, Tiziano Rossano Mainieri, Simone Morciano, Luca Nicolini e Valentina Sala Peup.

Per l’occasione, negli spazi di METRONOM, saranno esposte le opere di sei giovani fotografi selezionati da Walter Guadagnini e Marco Signorini. Un percorso che parte dall’Accademia di Brera e arriva all’Accademia di Bologna, per scoprire le spinte più fresche della fotografia contemporanea.

OPENSTUDIO propone un percorso composto da fotografie naturalistiche in bianco e nero, scatti fotografici realizzati all!interno di ambienti domestici e luoghi dove architettura e paesaggio si incontrano armoniosamente, passando per ritratti e sperimentazioni più audaci, caratterizzate dall’utilizzo di tecniche e codici differenti.

La mostra, realizzata con il Patrocinio del Comune di Modena, nasce con l’intento di proporre una lettura di possibili nuovi scenari per la giovane fotografia italiana e sarà visitabile fino al prossimo 31 marzo 2012.

Giulia Azzalini (Torino, 1988) presenta Light Boxes, un progetto che nasce da una suggestione letteraria e che fa riferimento al titolo del romanzo primo di Shane Jones. Per tre stagioni l’artista ha fotografato la luce nel tentativo di appropriarsi ogni giorno dell’essenza della vita, sperimentando sul proprio corpo come la luce, intesa come elemento essenziale della fotografia, possa creare delle vere e proprie trasfigurazioni.

Casting the spell è una serie costituita da undici elementi che Alessio Iacovone (Sulmona, 1988) ha realizzato utilizzando diverse modalità espressive: la fotografia si mescola al disegno e all’utilizzo di elementi materici ed evocativi come petali di fiori essiccati, ali di farfalla, ossi. Una riflessione che prende spunto da un trattato di alchimia di Paracelso e analizza un percorso di evoluzione spirituale che, attraverso la sofferenza e l’espiazione, arriva alla consapevolezza di sé e alla beatitudine o sublimazione della materia.

Tiziano Rossano Mainieri (Bologna, 1982) concentra il suo lavoro sulla fotografia paesaggistica. La serie Radici è una raccolta di gli scatti di un bianco e nero dove domina il tema della natura, la rappresentazione di un mondo che sta oltre la semplice percezione.

Le fotografie di Simone Morciano (Verona, 1983) fanno parte di un ampio progetto per il quale l’artista ha fotografato gli stessi luoghi in giorni, orari e condizioni metereologiche differenti. Fotografie che nascono come esercizi di osservazione e divengono veri e propri tentativi di riscoperta della realtà, una sorta di presa di coscienza del territorio circostante.

Luca Nicolini (Rovereto, 1985) presenta Ultimo Giorno di Luce, un soggetto che si basa sulla rielaborazione in chiave evocativa dei concetti di luce e di tempo, intesi come elementi propri dello specifico fotografico. La fotografia diviene un modo per tradurre il pensiero in immagini: le persone, riprese in maniera sfuggevole e indefinita, si dissolvono in un tentativo di riflessione sulla fugacità dell’esistenza.

Il progetto di Valentina Sala Peup (Monza, 1988) dal titolo Saudade nasce sottoforma di libro ed è composto fotografie accompagnate da due scritti tratti dal film “il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders. Il termine Saudade, in portoghese, fa riferimento ad un singolare stato emotivo che l’artista cerca di catturare nell’immagine fotografica.

Sede: METRONOM | viale G. Amendola, 142 Modena
tel/fax +39 059 344692 | info@metronom.it | www.metronom.it
Orari: da martedì a sabato 15.00 / 19.00 e su appuntamento

La fotografia è una falsificazione infida e perversa.

… la fotografia è una falsificazione infida e perversa, ogni fotografia, chiunque la scatti e chiunque essa ritragga, è un oltraggio assoluto alla dignità umana, una mostruosa falsificazione della natura, un atto meschino e disumano. (…)

Disprezzo quelli che fotografano di continuo e girano tutto il tempo con la macchina fotografica appesa al collo. Sono di continuo alla ricerca di un soggetto e fotografano tutto, anche le cose più insensate. Non hanno altro in testa, di continuo, se non esibire se stessi e sempre nella maniera più ripugnante, senza esserne consapevoli. Nelle loro foto catturano un mondo perversamente deformato, che col mondo vero non ha niente in comune se non la perversa deformazione di cui si sono resi colpevoli. Fotografare è una mania meschina da cui è contagiato a poco a poco l’intero genere umano, perché della deformazione e della perversità è non solo innamorato, ma addirittura pazzo e col tempo, a forza di fotografare, scambia in effetti il mondo deformato e perverso per l’unico vero. Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco. Nelle loro fotografie le persone sono marionette ridicole, stravolte, anzi storpiate fino a diventare irriconoscibili, che ottuse e disgustose, fissano spaventate il loro ignobile obiettivo. Fotografare è una passione abbietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità  e da cui non potrà mai essere guarita. (…)

L’inventore dell’arte fotografia è l’inventore della più disumana di tutte le arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti alla smorfia perversa dell’una e dell’altro. Non ho mai visto in una fotografia una persona naturale, ossia vera e reale, come non ho mai visto in una fotografia una natura vera e reale. La fotografia è la più grande sciagura del ventesimo secolo. Guardare fotografie mi ha sempre nauseato, più di ogni altra cosa. Ma… dietro la perversità e la deformazione esse mostrano tuttavia, quanto più le osservo, la verità e la realtà delle persone per così dire fotografate, perché a me non interessano le foto. E quelli che vi sono raffigurati non li vedo come li mostra la foto nella sua meschina deformazione e perversità, ma come li vedo io.

 

Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Milano 1996

Riassettare

Parola del giorno: riassettare. Dal dizionario della lingua italiana Devoto Oli: rimettere in ordine, a posto; risistemare, riordinare.

Che a inizio anno si traduce spesso in un esercizio pratico più che mentale. E così mentre c’è chi inizia il nuovo anno con il sempre divertente gioco del fare le classifiche (vedi http://www.marcosignorini.it/photoblog/), METRONOM cerca di fare ordine nella giungla dell’accumulo. E quindi un gioco, perché no, citando Eraclito: “l’esser nascosto è proprio di ciò che sboccia e viene alla luce”, elenco delle cose ritrovate sulla scrivania in data 7 gennaio 2012, nel tentativo di riassettare:

_swingingbird: stick colla a forma di uccellino azzurro

Swingingbird

 

_Duane Michaels: FOTOFOLLIES: how photography lost it virginity on the way to _

the bank

 

_Wikileaks. Keep shoot’n, keep shoot’n .  cartoncino invito “Topographies de la guerre” le BAL, Paris

 

_ Takashi Homma, vedove/windows, FANTOMbooks

 

_ portapenne di plastica trasparente contenente: n. 1 gomma da cancellare osama, n.1 pennarello paint marker fine point, 1 matita marca staedtler mars lumograph 100 2B, 1 post-it notes mini di colore giallo

 

_ L’arte non è cosa nostra. Catalogo della mostra allestita al padiglione italia, 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. A cura di Vittorio Sgarbi. pp.703

 

_Bettina Von Zwhel, cartolina della serie Made up love song and other works

 

_ scatola in latta nera thé MARIAGE FRERES: lune rouge, thé vert tendre – rose, gingembre & miel

 

_Martina della Valle, TIME DUST, catalogo della mostra

 

_foglio sparso a quadretti, appunto a mano: “Does technology dictate the photographical image more than visual reality?”

 

_switol super:  metro estraibile lunghezza mt 3, livella incorporata, con aggancio da cintura.

Il libro fotografico è vivo. (ma l’Italia non se ne accorge)

La frequentazione di Parigi durante Paris Photo regala spunti a prescindere dalla fiera, peraltro sempre affollatissima nonostante l’upgrade della nuova sede del Grand Palais.

Ma partendo proprio dall’appuntamento clou non si può fare a meno di rendicontare su come gli stand degli editori fossero affollati di curiosi sì, ma con carta di credito in mano.

Crisi dell’editoria? Il libro d’arte non si vende? A giudicare dalla fila con transenne nello stand di Steidl non si direbbe. Complice un raffinato e curato catalogo editoriale, che alterna  proposte di autori emergenti o curate edizioni di artisti affermati a oculati e commercialmente appetibili riscoperte, la casa editrice tedesca si conferma, se mai ce ne fosse bisogno, un punto di riferimento. E grazie a un serrato programma di booksigning stuzzica il collezionista seriale così come il “solo potenziale” acquirente, che raramente resiste all’idea del feticcio. E così tra una edizione limitata di Martin Parr “The protest Book” 1000 copie a 380 euro e una trilogia a colori di Eggleston, tutti in coda per una dedica d’autore.

Da contraltare all’ostentazione decisamente charmant del Grand Palais, la seconda edizione di offprint non tradisce le attese. Negli spazi essenziali ma funzionali la fiera si propone come luogo di incontro e presentazione per emergenti nel campo della fotografia e per editori indipendenti.

E’ quindi un piacere aggirarsi tra i banchi spartani delle aule-sale alla ricerca o alla scoperta di libri introvabili perché al di fuori delle logiche di grande distribuzione o semplicemente piacevoli scoperte.

Quindi il privatissimo Mum&Dad di Terry Richadson, omaggio parentale che non risparmia decadenza e sofferenza in un rigorosamente nero cofanetto per  l’inglese Mörel Books, già presentato con onori e gadget di circostanza da Colette. O le edizioni giapponesi di abp passando per un territorio di riviste, sottobosco tutt’altro che di secondo piano.

Non manca la circostanza il ras tedesco Walter Konig e nemmeno la già citata Steidl con l’etichetta partner MACK. Non si fanno attendere quelli di selfpublish, cavalcando le difficoltà di promozione degli autori propongono un servizio più che dignitoso e di qualità.

E l’Italia? Non c’è traccia.

Eppure non è possibile pensare che non siano stati ammessi a partecipare. La tradizione italiana vanta iniziative editoriali indipendenti di tutto rispetto e come mancare allora un’occasione così ghiotta?

Paris & Photo

La capitale francese si conferma centro di elezione per le arti dell’immagine; un novembre ricchissimo in termini di offerta che contribuisce al dibattito e alimenta comprensione e riflessione sul contemporaneo scenario della fotografia.

Paris Photo non sbaglia nell’edizione 2011 appena conclusa: abbandonata l’angusta per quanto prestigiosa sede del Carrousel du Louvre, si è proposta negli ampi e scenografici spazi del Grand Palais e, giusto per dare qualche numero, con 135 espositori tra gallerie e editori con provenienze da 23 paesi. Come sempre un focus “geografico” a fare da traino alla manifestazione, quest’anno dedicata all’Africa che con i Rencontres de Bamako propone un’eccellente selezione di giovani autori oltre ai già affermati nomi di Malick Sidibè, David Goldblatt e Roger Ballen per citare alcuni tra quelli presentati dalla gallerie.

Ma la fiera è anche l’occasione per muoversi in città, seguendo un programma collaterale di “visioni” sempre molto ricco e curato. Vale la pena un viaggio alla delegazione parigina della Fondazione Gulbenkian, che alloggia in un nuovo spazio da pochissimo aperto al pubblico, proponendo una mostra di apertura a tema “territorio trasformato”. D’accordo il tema non è proprio una novità ma Transformed land è una ricognizione del lavoro di nove autori raccolti intorno al modo di rappresentare il paesaggio che parte sì da un’attenta indagine topografica del territorio, per ampliarsi poi verso le connotazioni storiche e culturali che le trasformazioni portano con sé.

Il danese Joachim Koester ci offre un esempio di questa tendenza con un lavoro costruito sull’opposizione tra realtà e, intesa come immaginazione letteraria, che trova il suo compimento nella serie From the Travel of Jonathan Harker, dieci fotografie scattate nella valle di Burgau in Transilvania, nei luoghi che hanno costituito lo scenario per il Dracula di Bram Stoker. Nel 2003 Koester ripercorre i luoghi attraversati dal protagonista del romanzo in un viaggio che documenta un territorio variamente modificato da eventi atmosferici ma anche da recenti speculazioni edilizie che si affiancano alle “rovine” del comunismo, costruendo un leggibile intreccio tra memoria letteraria e presente.

La ricerca fotografica del belga Geert Goiris si affida ad una cifra chiara e netta, oggettiva, che sorprende però nell’approccio assolutamente meditativo con cui affronta i luoghi e il paesaggio. “Viaggio esplorando i luoghi che mi incuriosiscono”, dichiara al limite del banale Goiris, le sue fotografie hanno però una resa tutt’altro che banale, accompagnandoci in un raffinato gioco di associazioni tra luogo geografico e matassa tematica contemporanea.

Sono al limite del naturalismo le fotografie realizzate dall’americano Collier Schorr che propone una serie di “composizioni” di fiori inserite nel paesaggio. Rinunciando a qualsiasi connotazione storica, geografica o politica del territorio, Schorr ci trasporta in una dimensione in cui il tempo è contemporaneamente sospeso e dilatato, grazie a una costruzione quasi iper-realista che non può non suggerire riflessioni sull’uso iconico dell’immagine contemporanea.

Sempre di territorio e di luoghi si parla a Le BAL, istituzione fondata dall’associazione “amici” dell’agenzia Magnum che, fedele alla vocazione documentarista, propone la mostra collettiva Topographies de la Guerre. Il taglio della mostra esclude volutamente scene esplicite di conflitto aperto, di morte, di battaglia per proporre una variazione sul tema utilizzando l’approccio topografico: ciò che accomuna i lavori presentati è la totale assenza della figura umana.

Si ritrova quindi la ricerca del libanese Walid Raad, con una parte dell’archivio del fittizio collettivo Atlas Group, creato da Raad come depositario della storia del Libano contemporaneo: le mappe i simboli che le abitano costituiscono la testimonianza di una nuova entità geografica.

L’approccio di Paola de Pietri, decisamente più canonico visivamente parlando, fotografa le tracce della Prima Guerra Mondiale, trincee, bunker o fortificazioni tra Alpi, Prealpi e Carso, in cui l’elemento naturale prende il sopravvento sulla rovina, inglobandola quasi riappropriandosene. Citazioni da Deserto dei Tartari per una celebrazione del paesaggio che diventa scena e soggetto al tempo stesso, in totale assenza di azione.

Gli Outposts di Donovan Wylie sono le torri di vedetta che gli inglesi costruirono a delimitare il confine tra Irlanda del Nord e del Sud. Una volta dismesse sono state a più riprese smantellate e riutilizzate in un altro territorio di guerra, l’Afghanistan. Un sottile gioco di allusione e denuncia, un riciclo ecologicamente sinistro che lega il passato a un presente in cui il conflitto, tra censure e tecniche di guerra, è sempre più difficilmente documentabile, rendendo necessario il gioco di “andare oltre le apparenze”.

In tutto questo viaggio di meta riflessioni sulla documentazione, tra citazioni di Augè e più o meno nuove vie per la fotografia contemporanea, è una ventata di leggerezza visiva la mostra di Markus Raetz allestita alla Bibliothèque National de France. Partendo da oggetti quotidiani anche di duchampiana memoria o con dichiarate citazioni magrittiane, Raetz regala un crescendo di sorprese per un’arte che è un dare e ricevere continuo. Tra linguaggio, percezione e giochi mentali, nella selezione di stampe e sculture proposte in mostra si raccolgono infiniti spunti di riflessione per un lavoro che chiede, anzi, necessita, delle connessioni occhio/cervello dello spettatore. Un invito a guardare attraverso il “binocolo” che ognuno di noi possiede per ottenere un sofisticato gioco di relativismo artistico.

courtesy Paneacqua

Delitti perfetti

Il colpo d’occhio è  quello di una banale quotidianità: mobili, tende, oggetti, fotografie o ritagli di giornale alle pareti, sembrano scene di un ordinario interno domestico, ma ad uno sguardo più attento si rivelano in tutta la loro inquietante presenza.

Gli scatti di Annabel Elgar appartengono a quella che si usa definire staged photography, genere che prende a prestito dal linguaggio cinematografico l’uso di ambienti costruiti all’occorrenza. Ma le scene di Elgar hanno tutto il calore e il colore di una vita vissuta, lontane dall’artificio sia negli interni, minuziosamente abitati, sia nella quasi banalità dei paesaggi. Sembra di entrare in un mondo di fiabe politicamente scorretto: i pupazzi che abitano il bosco hanno volti mascherati e gli interni, le stanze, sempre chiuse, sono rischiarate da una luce che rivela più che illuminare; i -rari- personaggi che abitano gli scatti sono fittizi e sinistri come i ritagli di giornale sulle pareti o il pane in cassetta, improbabile decoro sullo scaffale.

Annabel Elgar - Assembly, 2010

“Dovremmo a questo punto confinare tutte queste supposizioni nel campo della fantasia e lì lasciarle, trattandosi di fiction? Conviene invece considerare il rapporto che queste immagini intrattengono con un’intera tipologia di reali fatti di cronaca, che compaiono periodicamente sui mezzi di informazione: le storie di sette religiose segrete, di rituali collettivi impensabili, di forti personalità ossessionate da credenze superstiziose.”, scrive Daniele De Luigi nel testo che accompagna la mostra;  sono infatti scenari che riportano alla cronaca dei giornali, sempre più accanita nell’illustrare a parole e, soprattutto, con immagini, particolari “per dovere di cronaca”; l’insistere sul dettaglio, sui nomi dei protagonisti quasi in gergo colloquiale, ci porta ad assorbire, inglobare, questi dettagli nel nostro immaginario.

I teatrini di Elgar ricordano un po’ le macabre ricostruzioni in stile plastico dei luoghi del delitto ad uso giudiziario-televisivo, i plotoni di strane maschere o di calzari sembrano ritratti omettendo volutamente il nastro da “scena del crimine”, degno della migliore cronaca nera. E’ una fotografia che volutamente si riempie di dettagli narrativi, di raffinate allusioni ed illusioni, raccontando, con uno sguardo al passato, un contemporaneo al limite del gotico, che non trascura allusioni magiche. Non c’è nessuna “sicurezza degli oggetti” che anzi sbucano minacciosi in raffinati giochi di chiaroscuri o si ergono con inquietante ironia ad abitanti di un mondo fittizio, talmente fittizio che potrebbe tranquillamente essere quello del nostro vicino di casa.

 

INTERLUDIO | Annabel Elgar

Inaugurazione sabato 19 novembre ore 18.30

METRONOM, viale G. Amendola 142, Modena

Siamo gente da Fotoromanzo.

E’ davvero la scoperta dell’acqua calda che il nostro quotidiano sia sovraffollato di immagini, che siano quelle legate all’informazione, alla pubblicità o alle gallerie virtuali dei social network è un proliferare di fotografie più o meno amatoriali e, soprattutto, più o meno utili allo scopo. La sovrabbondanza non può che aver minato alle fondamenta il ruolo educativo e divulgativo che le immagini hanno storicamente avuto (le “illustrazioni” o “figure” a corredo di un testo hanno caratterizzato la letteratura e saggistica) e sembra che anche il fine di documentazione, inteso come genere codificato, sia sempre più in bilico.

E’ quindi singolare e degno di nota come ci si possa imbattere in operazioni che proprio all’immagine e al suo versatile potenziale comunicativo affidano progetti a sfondo sociale.

Citando Il Devoto Oli, il fotoromanzo è una “vicenda romanzesca, pubblicata in un fascicolo unico o a puntate, la cui trama è svolta attraverso sequenze fotografiche corredate da brevi didascalie e da fumetti”. Quello che, dopo quarant’anni, è oramai un genere riconosciuto della letteratura rosa, si trasforma in uno strumento per narrare, condividere e documentare il territorio.  Un progetto della regione Valle d’Aosta che mira alla salvaguardia della lingua patois  (lingua francoprovenzale con tanto di dizionari e letteratura) si affida proprio alla costruzione di un fotoromanzo, ottenuto rielaborando le pièces del teatro popolare valdostano, con protagonisti i ragazzi di compagnie teatrali popolari, per promuovere la conoscenza della lingua tradizionale di molte valli tra le generazioni più giovani.

Ricordami per Sempre

Si dichiara d’autore quello prodotto dal Museo di Fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo, fotografie di Marco Signorinie testi di Giulio Mozzi; “Ricordami per sempre” il titolo dell’inedito, con un casting effettuato totalmente nel territorio, quello dell’area nord di Milano, un fotografo e uno scrittore prestati al gioco e soprattutto, molta partecipazione popolare.

. La ricognizione di un paesaggio industriale profondamente mutato dal dopoguerra in poi è consegnata a un vero e proprio racconto per immagini, costruite e confezionate ad hoc. Mostre, convegni e festa popolare compresi nel pacchetto, vera e propria operazione di coinvolgimento attivo del territorio.

Sono originali operazioni, prima di tutto culturali, che hanno un apprezzabile sapore “vintage”,  sia che siano giocate sul filo dell’ironia come quella della regione Valle D’Aosta,  o con atmosfere di un rivisitato neorealismo quelle di Cinisello Balsamo. Abbandoniamo quindi lo sguardo snob e lasciamoci appassionare dai tempi, modi e atmosfere naif della fiction di altri tempi.

Le Professioni dell’Arte

Non solo artisti, il meraviglioso circo dell’arte contemporanea si regge grazie ad una manodopera estremamente formata e professionale che vive principalmente di entusiasmo.  Gli artisti italiani, giovani e mid-career,  lamentano di dover svolgere altri lavori per “vivere” cioè per pagare affitto e bollette e quindi vai con gli impieghi negli studi di grafica o, per i fotografi, i lavori su commissione che pagano bene ma affossano gli animi.

Ma a chi è affidato il compito di lavorare con e per gli artisti? A un esercito di variamente laureati che si sfiancano a suon di gavetta non retribuita come curatori, redattori, allestitori…

Non è una novità, una recente inchiesta trasmessa da una nota trasmissione televisiva ha svelato- per chi non lo sapesse già- che il precariato e, soprattutto, lo sfruttamento di forza lavoro, è connaturato ad un certo ambito di professionalità che si può genericamente definire “creativa”. Quindi sembra normale che un laureato in architettura debba svolgere periodi decisamente lunghi di tirocinio formativo non retribuito e “considerarsi fortunato perché qui vede come si lavora e può imparare”, oppure le redazioni di quotidiani nazionali che vivono grazie a schiere di giornalisti pagati – da fame – al pezzo. Ha mostrato il re nudo uno scambio epistolare tra il direttore e proprietario di una nota rivista di arte contemporanea italiana, complice un pubblico annuncio di offerta lavoro, posizione “assistente di redazione”. Reale o fittizio che sia  lo scambio di e-mail (l’annuncio è reale, così come i requisiti richiesti e la decisamente fastidiosa referenza di “ turnover dovuto al fatto che i loro redattori sono chiamati a più alti, importanti e remunerativi incarichi”) mostra quasi con ingenuità una modalità di potenziale sfruttamento.

Nessuno scandalo, la pratica del tirocinio è universalmente diffusa, ma farla “cadere dall’alto” e concepirla come un obbligatorio rito di iniziazione è quantomeno fastidioso. Come spesso accade, ed è deprimente doverlo fare notare, la modalità italian style di gestire certe situazioni è all’insegna della cafoneria e dell’arroganza. Con una veloce e nemmeno troppo raffinata ricerca in rete si vede come istituzioni come la Tate, Londra, comunicano una chiara e trasparente offerta di “job vacancy” nella quale sono inclusi anche periodi di tirocinio non retribuito. I ruoli sono definiti con chiarezza così come gli orari di lavoro. Ci sono poi casi addirittura di gallerie private che offrono più o meno lunghi periodi di tirocinio dove, udite udite, rimborsano spese di viaggio e offrono il pranzo. Come dire almeno non devo spendere per lavorare. Ovviamente si fa riferimento a opportunità formative e ambiente di lavoro stimolante, ma vien da chiedersi, chi accetterebbe di fare un tirocinio in un ambiente di lavoro potenzialmente poco stimolante?

Non è tutto oro quello che luccica, e c’è da dire che il proliferare nell’ultimo decennio in Italia di offerte formative più o meno dignitose all’insegna del “management culturale” hanno ingrossato le casse di università pubbliche e private  sfornando schiere di giustamente aspiranti professionisti senza ce ne fosse effettiva richiesta. In Italia il reclutamento di enti e istituzioni culturali pubbliche avviene oramai quasi solo per concorso, le poche istituzioni private raramente comunicano “job vacancy” che sono perlopiù affidate a passaparola, o a segnalazioni “mirate”, contribuendo a far apparire il sistema arte contemporanea come qualcosa di elitario e poco accessibile. Forse, ancora una volta, sta proprio a chi vive e lavora in un settore che lotta per affermarsi come un reale settore produttivo, fare in modo che canoni e modalità di reclutamento siano all’insegna della professionalità e della trasparenza. Per evitare di sentirsi – nemmeno troppo a mezze parole – porre l’interrogativo “quello dell’arte è un ‘mestiere’ oppure un passatempo?” Forse è questa la domanda alla quale operatori a vario titolo dovrebbero chiaramente rispondere, non a parole ma con i fatti.

Son fotografi o stampatori?

Nell’era della fotografia digitale  il polemico dibattito sul “come fa a farla”, intendendo la fotografia, trova sempre terreno fertile.  Sembra una querelle da circolo di amatori ma certe “obiezioni” sollevano in realtà questioni fondanti per modo di intendere e di lavorare con la fotografia, intesa come pratica artistica.

La mostra del fotografo americano Ansel Adams allestita all’ex Ospedale Sant’Agostino a Modena fornisce uno spunto eccellente. Adams, durante una carriera durata sessant’anni, ha prodotto un immenso corpus di lavori dedicati alla natura e al paesaggio, rigorosamente in bianco e nero. Autore di dieci libri sulla tecnica fotografica  e di circa 28 pubblicazioni si può dire che abbia dedicato la maggior parte della sua esperienza al lavoro in camera oscura. Con un balzo semantico ecco quindi subdolo l’interrogativo: è un bravo autore o “solo” un eccellente stampatore?

Con un interrogativo così posto, andando indietro nel tempo ci si potrebbe allora chiedere se Fox Talbot sia stato “solo” un matematico o un autore fondamentale nella storia della fotografia? La  “post-produzione” è oramai assurta  a dea, e quindi via a chiedersi se le immagini di Olivo Barbieri sono ottenute con un filtro di un programma di fotoritocco… così come può essere vero che una buona macchina digitale riesce a riprodurre quasi alla perfezione il sistema zonale di Adams. Ma è davvero questa la domanda importante?

La storia della fotografia è fatta e si sta facendo anche e di pari passo, come è naturale che sia, con l’evoluzione tecnica del mezzo e con la tecnica di stampa. Per  restare in ambientazioni nostrane chi potrebbe mettere in dubbio il contributo che Arrigo Ghi ha dato al lavoro di Luigi Ghirri? Ma leggendo le “lezioni” di Ghirri si coglie nettamente il suo pensiero rispetto alla fotografia, al suo utilizzo e a che cosa offre al suo autore e che cosa vorrebbe restituire allo spettatore, pensiero che poco ha a che vedere con la tecnica di stampa. La “staged photography” di Gregory Crewdson si basa su un complesso e laborioso lavoro preparatorio di costruzione di veri e propri set fotografati con il banco ottico, che ci restituiscono incredibili affreschi contemporanei. La “street photography” di Philip Lorca di Corcia ha tranquillamente ceduto alla posa senza però perdere il guizzo imprevisto nello scatto.

Senza arrivare all’”occultamento dell’autore” di Vaccari, per il quale “non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui” e con buona pace di Freud e la sua teoria della macchina fotografica come “strumento che fissa le impressioni fuggevoli della vista”, la fotografia ha ovviamente a che vedere con la memoria, ma soprattutto oggi, ha ancora più a che vedere con la visione. E se la fotografia, come scrive Cartier-Bresson, è anche un modo per comprendere, allora ben venga ogni tecnica a supporto della nostra potenziale capacità di comprensione e di lettura dello sfaccettato, sovrabbondante e caleidoscopico flusso di immagini contemporanee.

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